In giro per il mondo a costruire ospedali e case per profughi

All’ennesimo calcolo statico, ma soprattutto economico che imponeva di costruire sette villette là dove c’era spazio al massimo per tre, ha fatto la valigia ed è partito. Oggi, Luca Bonifacio, milanese e i suoi dieci colleghi tutti lombardi di «Hope and space» non rinnegano l’Italia, ma hanno scelto di lavorare all’estero con lo studio associato di architetti ed ingegneri (www.hopeandspace.org) che si occupa di edilizia umanitaria e sostenibile. «Villette?». Sì, ancora molte e vicine, ma per profughi. E poi ospedali, scuole e parchi gioco.
«Operiamo in collaborazione con il governo italiano, enti pubblici e privati, fondazioni, Ong e associazioni umanitarie, intervenendo anche su strutture già esistenti - spiega Bonifacio - e da buoni italiani crediamo che aiutare sia non solo costruire, ma anche sostenere il diritto al bello». In Myanmar, sul Lago Inle, H&S ha restaurato e ampliato l’orfanotrofio dove operò per 35 anni Fratel Felice Tantardini, ora gestito da New Humanity-Pime. Il costo? Dodicimila euro per la prima fase e tre anni di lavoro. Il segreto? «Utilizzare mano d’opera locale e materiali offerti dai luoghi dove si opera: quando riesci a mangiare zuppa di bambù in piatti fatti di bambù, ti fai bastare quello che hai!». È così che chicchi di riso possono essere mescolati per alleggerire il cemento armato ed è solo così che puoi scoprire quanto le foglie di mais impastate con l’argilla siano un ottimo isolante. «La cosa più difficile - racconta - è instaurare un buon rapporto con i governi locali». Per conquistare la fiducia della gente e coinvolgerla nel lavoro non basta un buon modellino in scala, bisogna esser un po’ missionari.
Per questo Bonifacio in Myanmar ha vissuto in una tenda come gli uomini del villaggio: «Mi credevano matto, ma poi riuscii perfino a convincere le donne a cucinare per tutto il cantiere e all’inaugurazione venne anche lo stregone del posto a benedire». Nello Sri Lanka, ad Ampara, H&S è arrivata un anno dopo lo Tsunami: quella mattina di dicembre il tronco di una palma fu più forte del cemento. Il bimbo che vi si aggrappò fu l’unico superstite dei 52 allievi della scuola di Maha Visnu, proprio accanto al tempio dedicato al Dio delle Maree che invece resse l’urto. Oggi la palma c’è ancora e il suo legno è servito a costruire anche una lunga passerella fino al mare, «un trampolino per l’anima», per ricordare i 51 bimbi che i flutti non hanno mai restituito. Non lontano la nuova scuola, costata 250mila euro e finanziata dal ministero per gli Affari esteri con la collaborazione di Alisei ong: «Abbiamo riempito simbolicamente il cortile dove giocano i bimbi con i detriti della scuola distrutta». Sempre ad Ampara il ministero con Eni ha finanziato anche i 220mila euro per riqualificare un campo di sfollati a Kaali Kovil e fra dieci giorni Bonifacio partirà per il Sudan dove lavorerà a un ospedale.
Eppure anche in Italia ci sarebbe molto da fare, dai terremotati alle periferie più degradate: perché sempre all’estero? «Ci piacerebbe lavorare anche in Italia ma serbo questo ricordo: nel 1997, fresco di laurea, mi precipitai in Umbria dopo il terremoto. Non mi fu permesso di spostare nemmeno un mattone. Forse ero un po’ idealista, ma volevo essere d’aiuto subito». Oggi con H&s c’è riuscito.