Giuditta e Oloferne Su tela le «ferite» della Gentileschi

Matteo Chiarelli

Giuditta è in piedi. Con la sinistra strappa la barba e poi i capelli di Oloferne, steso sotto di lei. La destra stringe una spada che sgozza l'uomo. La scena è forte e porta con sé la giustezza di una ribellione biblica, attuata in tempi e spazi assoluti. Per tensione drammatica e crudezza rappresentativa, l'immagine potrebbe ricondurre alla mente una delle spregiudicate tele dipinte dal Caravaggio. Non è così. L'autore è la pittrice secentesca Artemisia Gentileschi, che nella lezione del Merisi poté comunque trovare una sorprendente comunanza di suggestioni. Fu «l'unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità... ». Così disse di lei lo storico d'arte Roberto Longhi, e aggiunse, riferendosi al quadro di «Giuditta e Oloferne»: «Chi penserebbe che sopra un lenzuolo studiato di candori e ombre... dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato. Ma, vien voglia di dire, ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo? Sorprende l'impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo». Eppure l'episodio dell'eroina che decapita il generale assiro, in esposizione in questi giorni a Palazzo Reale nella grande mostra «Caravaggio e l'Europa» (fino al prossimo 6 febbraio), assieme a tanti altri capolavori del Caravaggio e dei maggiori artisti appartenenti al movimento caravaggesco internazionale, era divenuto per Artemisia, vittima di stupro a diciassette anni, il simbolo della propria vendetta di donna alla violenza subita. Il critico francese Roland Barthes, a questo proposito, parlò di «neutralizzazione di una violenza grazie a un'altra violenza, la pittura come esorcismo». Al processo, intentato dal padre della pittrice Orazio, anch'egli artista di fama, contro il collega pittore e amico Agostino Tassi, autore dello stupro, è Artemisia stessa testimone: «L'uomo serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto e mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi...e io li sgraffignai il viso e li strappai li capelli». Allo stesso modo sulla tela la Giuditta di Artemisia strappa i capelli ad Oloferne, steso sul letto, e affonda la lama nelle sue carni. Ma la vita di Atemisia, nonostante il terribile evento, seguito dallo scandaloso processo, cui l'artista dovette addirittura sottoporsi, secondo le pratiche giudiziarie dell'epoca, alla tortura delle mani, riserverà altre sorprese. Orfana di madre a dodici anni, Artemisia è la figlia prediletta del padre Orazio che la introduce nella sua bottega, iniziandola alla pittura, arte a quei tempi esclusivamente al maschile. Orazio Gentileschi (sono cinque le sue tele esposte alla mostra di Palazzo Reale), affermato pittore tardomanierista, aggiornatosi alla fonte del Caravaggio, di cui fu amico personale e seguace, nonostante fosse di dieci anni più anziano, poté seguire da vicino la rivoluzione naturalistica del Merisi, al tempo del loro contemporaneo soggiorno romano. Orazio fu addirittura coinvolto in uno dei frequenti scandali che vedevano protagonista Caravaggio, sempre al centro di liti e polemiche. Assai noto è proprio quello che li oppose in tribunale al pittore Giovanni Baglione, anch'egli presente alla mostra con due opere. Un mese dopo il processo, Artemisia si sposa e si trasferisce a Firenze dove inizia per lei un periodo felice. A Firenze conoscerà personaggi importanti della cultura, divenendo grande amica di Filippo Buonarroti, nipote di Michelangelo, e di Galileo Galilei, con cui intrattenne una fitta corrispondenza epistolare. A Firenze conquisterà i favori e la protezione di persone influenti, come il granduca Cosimo II de' Medici e la granduchessa Cristina, e riceverà commissioni importanti, come la decorazione della casa dello stesso Buonarroti, impegnato a costruire un palazzo che celebrasse il prestigioso antenato. A Firenze, prima donna a godere di questo privilegio, sarà ammessa all'Accademia del disegno. Da qui riparte dunque la carriera artistica di Artemisia, prima pittrice donna a guadagnarsi da vivere con la vendita dei propri quadri, fino a divenire famosa in tutte le corti d'Europa. Da qui rinasce anche Artemisia come donna, dopo il trauma del processo. Nel quadro «Cleopatra», tra quelli esposti a Palazzo Reale, a dispetto della precedente «Giuditta», ora la figura femminile riconquista tutta la sua più calda e morbida sensualità, abbandonando ogni residuo richiamo alla violenza.