Google, il posto di lavoro più desiderato «C’inviano 3.000 curriculum al giorno»

La pagina iniziale di Google contiene appena 40 parole, pari a 214 caratteri. Quella di Microsoft ben 1.090, pari a 6.126 caratteri. Massimiliano Magrini, il signor Google in Italia, mi ha fissato per quest’intervista un appuntamento dalle 12 alle 13, un’ora, anche se alla fine sono riuscito a sforare di 31 minuti e 20 secondi. Per un analogo impegno col sottoscritto, Umberto Paolucci e Marco Comastri, boss di Microsoft in Europa, Medio Oriente e Africa, s’erano riservati nell’agenda tre ore abbondanti. Se non usate il computer e non sapete che cos’è Google (si pronuncia «gùgol»), siete esonerati dal proseguire nella lettura. Ma se v’interessa capire come gira Internet, qui è condensata tutta la filosofia del sito più visitato del pianeta: dare il massimo partendo dal minimo.
Google è il primo assoluto fra i motori di ricerca. Trattasi di siti che servono a scovare quanto è contenuto in tutti gli altri siti: basta immettere una parola chiave, o anche più d’una, e sull’argomento ti compaiono migliaia di pagine da consultare. Il nome viene da «googol», termine coniato da un nipote del matematico americano Edward Kasner. Serve a indicare il numero 1 seguito da 100 zeri. Provate a scriverlo: arrivati a metà, vi sentirete scemi. Sembra che non esista niente, nell’universo, di quantità pari a un «googol»: né stelle, né atomi, né corpuscoli. Sarà, non me ne intendo. Sta di fatto che Google, partendo da quelle 40 paroline scritte su fondo bianco, è in grado di guidarvi dentro un numero quasi illimitato di informazioni. Un anticipo di infinito.
«Quante sono le pagine che Google ha indicizzato? Non lo sappiamo più nemmeno noi, siamo arrivati a 12 miliardi e poi abbiamo perso il conto», ammette Magrini, country manager di Google. A queste vanno aggiunte le «copie cache», cioè le pagine che, una volta apparse sul Web, restano archiviate per sempre, anche dopo che i siti le hanno cancellate. Un anticipo di eternità.
Google fu fondata nel settembre di nove anni fa da Larry Page e Sergey Brin, all’epoca studenti alla Stanford University, il secondo originario di Mosca, ideatori dell’impenetrabile quanto imbattibile formula che presiede all’analisi matematica delle relazioni fra i siti. Offre un’interfaccia in 117 lingue, incluse bihari, gujarati, klingon, lingala, marati, oriya, quechua, sesotho, sindhi, tagalog, telugu, tigrina, uighur, xhosa, yoruba (premio Babele a chi sa in quali nazioni si parlano questi idiomi). La casa madre si trova a Mountain View, in California. Nel mondo conta 14.000 dipendenti. Una settantina lavorano a Milano, al numero 2 di corso Europa, e di anno in anno il loro numero raddoppia. Dalle finestre vedono piazza Fontana e la Banca nazionale dell’agricoltura, ma il giorno della strage non erano ancora nati: l’età media si aggira sui 30 anni. Hanno a disposizione la cucina per prepararsi piatti espressi, il bar, la poltrona relax elettrica, il salottino nei colori del logo di Google, perfino il calcetto per giocare durante le pause. In attesa che si materializzi Magrini, mi portano nella sala conferenze attrezzata con due proiettori e webcam a 180 gradi per videoconferenze. Magari in questo momento mi stanno osservando da chissà dove: non resisto alla tentazione e faccio ciao con la manina. Le uniche tracce del passato sono una bandiera italiana arrotolata e un orologio da parete con i numeri romani.
Magrini, loquela morse e modi gentili, è l’uomo che ha aperto Google Italia. È nato nel 1968 a Rimini, s’è laureato in scienze politiche a Bologna, ha due figli di 10 e 9 anni, la moglie amministra una struttura medica privata. Padre ex dirigente discografico (ha lavorato alla Emi e alla Warner), madre casalinga. La sua mission, come dicono qui, è raccogliere pubblicità, unica fonte di sostentamento del motore di ricerca gratuito. A disposizione ha due strumenti: Adwords, che permette ai clienti la pubblicazione sul Web di link, vulgo collegamenti, sponsorizzati (esempio: digiti «vino» su Google e in alto a destra ti compare «Etilometro SOFFIAeSAI Alcoltest a € 1,29 cad. Anche 100 personalizzati a colori! www.soffiaesai.it»), e Adsense, che permette al proprietario di un sito di ospitare gli annunci a pagamento procurati da Google, in cambio di una percentuale che egli percepirà per ogni clic su quei link.
Secondo una classifica di Fortune, Google è il luogo di lavoro più ambito dagli americani. È così anche in Italia?
«Statistiche per il nostro Paese non ne ho mai fatte. Posso dirle che Google riceve ogni giorno 3.000 fra curriculum e richieste di contatto».
Che doti bisogna avere per essere assunti?
«Molti s’innamorano di Google solo perché è bello. Non basta. Il candidato deve essere molto motivato e superare come minimo cinque colloqui con diversi dirigenti. Per essere assunti è indispensabile il consenso di tutti costoro. Un mio parente, o un candidato che piacesse solo a me, qui non entra».
Lei da chi è stato assunto?
«Da Omid Kordestani, oggi vicepresidente senior. Volevano strapparmi ad Altavista, concorrente di Google, quindi non avevo bisogno di molte referenze. Decisiva è stata la telefonata che Sergey Brin mi ha fatto al termine del colloquio nell’ufficio di Kordestani».
Che cosa le ha detto?
«“Sarei molto felice se tu venissi a lavorare con noi”. Ma è il come me l’ha detto, ad avermi colpito: in italiano. Sa, nel 2002 qualche dubbio si poteva averlo nel passare a un motore di ricerca con appena quattro anni di vita».
Più di un terzo dei primi 300 dipendenti assunti da Page e Brin tra il 1998 e il 2002 se ne sono andati, chi ai Caraibi, chi a fondare nuove società d’informatica. Con un’anzianità di cinque anni lei è un matusalemme.
«Sono di sicuro il più vecchio country manager in servizio. Rimango perché altre aziende come questa non ce ne sono. La qualità delle persone che ho trovato in Google non l’ho mai vista da nessun’altra parte. È una calamita d’intelligenze».
Per sei anni ha lavorato fra Mediaset, Rusconi Editore e Il Sole 24 Ore. Pensa che il Web ucciderà i giornali?
«No. I giornali in Italia sono cronicamente poco diffusi. Che le nuove generazioni vogliano fruire dell’informazione sul Pc anziché su carta è un fatto positivo, amplia il numero dei lettori. Spetta agli editori aumentare i ricavi da pubblicità su Internet anziché dalle vendite in edicola».
Arthur Sulzberger, proprietario del New York Times, considera Google «un formidabile concorrente».
«Due anni fa in California ho incontrato il suo amministratore delegato. Diceva che oggi sarebbe impensabile un quotidiano privo di un sito. Il Web è l’unica strada che i giornali hanno per competere con la Tv e Google gli dà una mano a farlo».
Vi descrivono come la più grande agenzia pubblicitaria del pianeta.
«È vero. Abbiamo dato a milioni di piccole e medie imprese la possibilità di farsi pubblicità attraverso Google acquistandola online, senza intermediari e a tariffe contenute».
In un anno la pubblicità su Internet è cresciuta del 42,2%, sui quotidiani del 3,6%, sui periodici del 2,1% e in Tv è calata del 2,7%. Quanti soldi porta via Google a televisione e stampa?
«Non è un gioco a somma zero. Il mercato pubblicitario si misura a teste. Ora, nessuno nega che vi sia uno spostamento di teste dai vecchi ai nuovi media, ma basta integrare i vari mezzi per preservare l’ecosistema in cui tutti viviamo. Esempio: il Corriere della Sera è nostro partner in Adsense. Le do un dato che spiega tutto: ridistribuiamo un terzo del nostro fatturato ai nostri partner».
E qual è il fatturato di Google Italia?
«Per regola interna Google non dà il fatturato per aree, ma solo quello mondiale: 10,6 miliardi di dollari nel 2006».
In Mediaset si occupava di Publitalia. Ha provato a spiegare al suo ex datore di lavoro Silvio Berlusconi le potenzialità di questo nuovo mercato?
«L’ho spiegato ai suoi manager. Ma la sensazione è che in Italia il fenomeno sia sottostimato un po’ da tutti gli editori. L’unico che l’ha capito benissimo, a livello mondiale, è stato Rupert Murdoch, che s’è comprato Myspace, la comunità per chattare e scambiarsi foto sul Web».
A Berlusconi che cosa consiglierebbe di comprarsi?
«Youtube, se non fosse già di Google».
La Ferrero è l’azienda che investe di più in pubblicità. Non ce li vedo Nutella e Kinder su Internet.
«Sottovaluta il marketing virale: quello diffuso dai clienti che “interpretano” i prodotti, fino a identificarsi con essi. La Coca-cola sponsorizza un canale di Youtube in cui gli utenti inviano filmati che hanno per protagonisti loro e la Coca-cola».
Hanno più potere Rai e Mediaset o Google?
«Rai e Mediaset. Google non dà interpretazioni dei fatti. Mette solo a disposizione informazioni, poi è il navigatore che si crea una sua visione del mondo. Però la rivoluzione che sta avvenendo sulla Rete in termini di democrazia reale secondo me è più importante di tutto il resto».
Domani potreste decidere di vendere al miglior offerente i primi posti delle ricerche oggi eseguite dal vostro algoritmo.
«Nel momento in cui Google smettesse di dare informazioni oggettive, sarebbe finito. È totalmente falso, come qualcuno va dicendo, che sul nostro motore di ricerca compaiano per primi i siti che hanno pagato di più. Appare in alto chi ha più rilevanza nella mappatura dei link. Google si limita a processare dati che fanno riferimento a un’intelligenza collettiva».
Gli smanettoni sostengono che per piazzarsi bene bisogna aggiornare spesso il sito. L’ho letto su un blog: «Google ha fame. Si ciba di contenuti e li vuole freschi di giornata, mai di frigo!».
«È un prerequisito importante».
La Rete deve soggiacere a un’autorità di controllo mondiale?
«No. Ritengo che più informazione c’è, meglio è».
I fondamentalisti islamici trasmettono sul Web le decapitazioni, negli Usa si cominciano a registrare centinaia di divorzi e di licenziamenti per pornodipendenza da Internet. Voi state a guardare?
«Siamo solo una piattaforma tecnologica. Non possiamo selezionare i fatti. Non spettano a noi i controlli».
In Cina li fate eccome, i controlli. Avete censurato 981 parole sgradite al governo, fra cui «democrazia» e «dittatura».
«Non è detto che abbiamo fatto la cosa giusta. Anzi. Meglio cancellare l’esperimento cinese piuttosto che esportarlo nel resto del mondo».
Ma è stato il vostro Youtube a diffondere il filmato del down picchiato dai compagni.
«Gli utenti ci segnalano le aberrazioni e noi reagiamo, tant’è vero che quel video è stato rimosso e consegnato alla magistratura».
Lasciato in mano a un minorenne Google può diventare pericoloso?
«No, se c’è presente un genitore quando il ragazzo fa le ricerche. Con i miei figli mi regolo così. Inoltre abbiamo l’opzione Safesearch che filtra i siti di esplicito contenuto sessuale».
Ho digitato «God», Dio, sul vostro motore di ricerca: mi sono uscite 306 milioni di pagine. Poi ho digitato «Google»: un miliardo 130 milioni. La vostra popolarità supera del 269% quella del Padreterno. Non la preoccupa?
«Sul Web». (Ride). «È una bella osservazione. Dovrebbe far riflettere soprattutto la Chiesa. La gente parla poco di Dio».
Che cosa cercano gli italiani su Google?
«Ho qui la classifica di luglio: Rai, Uic (l’Ufficio italiano cambi, ndr), cartina Sicilia, alfabeto gotico, Naruto Uzumaki (un cartone animato, ndr), offerte voli, Istria, decreto Bersani, Ozzy Osbourne (un cantante, ndr), The O.C. (un telefilm, ndr), Fiat 500, last minute, tatuaggi».
Le arrivano mai richieste strane per mettere Google al servizio di questo o di quello?
«Tutti i giorni. E soprattutto per rimuovere i siti. Come se dipendesse da noi quello che Google trova setacciando la Rete. Una famosa giornalista – non mi chieda il nome, tanto non glielo dico – pretendeva che facessimo sparire una pagina in cui era protagonista del sogno erotico di un uomo. Ha trascinato in giudizio noi anziché il sognatore».
Mia figlia dice che un giorno ha scelto in Google Maps come punto di partenza Milano e come destinazione New York e alla 23ª tappa del viaggio le è uscita questa indicazione: «Attraversare l’oceano a nuoto». Possibile?
«Ha ragione sua figlia. Era un ester egg, uovo di Pasqua, una sorpresina che i nostri ingegneri ogni tanto infilano nei programmi per scherzo».
E perché inserendo la stringa «answer to life the universe and everything», la risposta alla vita, all’universo e a ogni altra cosa, le è uscito il numero 42 e le istruzioni della calcolatrice di Google?
«Non ne ho idea».
Sa di Grande Fratello.
«È tutta tecnologia. Non c’è nessuno a spiare da dietro il buco della serratura».
Google Italia ha 17,9 milioni di visitatori unici al mese, il 78,9% dei navigatori attivi. Windows Live, il motore di ricerca di Microsoft, ne ha 10,7 milioni, il 47%. In che cosa siete più bravi?
«Microsoft fa software per computer. Il Web è un’altra cosa. Ci sarà un motivo se sono arrivati a definirci “il sistema operativo di Internet”».
Poniamo che decidiate di trasformare Google in un servizio a pagamento. Si fermerebbe il mondo.
«Assurdo. Perché dovremmo? Google l’anno scorso ha avuto un utile di 3 miliardi di dollari».
«Google ha un’ambizione imperiale che preoccupa». Parola di Jeffrey Chester, fondatore e direttore esecutivo del Center for digital democracy di Washington.
«Milioni di persone vivono solo per commentare quello che facciamo ogni giorno. La vuol sapere una cosa? I più critici siamo noi stessi. Io penso che Google abbia valori fondanti molto forti e che ne stia facendo un ottimo uso. Se non fosse così, non lavorerei per quest’azienda».
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