Google sotto inchiesta per il video-choc del disabile di Torino

Perquisita la sede del motore di ricerca a Milano, i responsabili indagati per diffamazione secondo le leggi sulla stampa. Il ministro Fioroni: «Internet non fa eccezione». Il giurista: «Non c’è reato, la Rete sfugge a quelle norme»

Giuseppe Marino

da Milano

Un motore di ricerca è equiparabile a una testata giornalistica. In entrambi i casi, cioè, è obbligatorio un controllo sui contenuti. È l’ipotesi di partenza per l’inchiesta della Procura di Milano sul video «girato» all’istituto tecnico «Albe Steiner» di Torino e diffuso su Internet, nel quale è ripreso un ragazzo disabile vittima dei soprusi dei compagni di classe. Il pubblico ministero Francesco Cajani, infatti, ha iscritto nel registro degli indagati i due legali rappresentanti di Google Italia Srl (cittadini statunitensi che si sono alternati nella carica, a cavallo del periodo interessato dall’inchiesta), con l’accusa di concorso omissivo nel reato di diffamazione aggravata a mezzo Internet. Il mancato controllo sulla diffusione del video in Rete viene così equiparato al mancato controllo da parte del direttore di un giornale sulla pubblicazione di una notizia diffamatoria. L’indagine - nata dalla denuncia presentata in Procura dall’avvocato Guido Camera, legale dell’associazione «Vividown» (in un primo tempo si pensava che il ragazzo fosse down, in realtà è autistico) - dovrà ora accertare le reali responsabilità dei due rappresentanti legali della società americana il cui servizio «Google video» permette a chiunque di mettere in Rete i propri video.
E l’inchiesta procede con passi concreti: ieri la sede amministrativa milanese del colosso Usa è stata perquisita dagli uomini della Guardia di finanza. Si tratta infatti di accertare in quali computer siano materialmente transitate le immagini del video sotto accusa. I server che fanno funzionare il servizio infatti si trovano presso la casa madre, a Mountain View, negli Stati Uniti. «In ogni caso - dice Stefano Hesse, portavoce di Google Italia - noi siamo disponibili a collaborare con gli inquirenti, così come lo siamo stati nel rimuovere immediatamente il video di Torino e nell’inchiesta per individuare chi lo aveva messo in Rete».
Qualunque sia l’esito dell’inchiesta, il caso sembra destinato a riattizzare il mai sopito dibattito tra fautori di un controllo dei contenuti di Internet e sostenitori della necessità di non soffocare la rete delle reti con norme censorie. Sotto il profilo giuridico i legali dell’associazione Vividown si sono rifatti a una sentenza del tribunale di Aosta (la numero 553 del 26 maggio 2006) che ha condannato un blogger, il cui soprannome internettiano è «Generale Zhukov», per un articolo diffamatorio pubblicato sul suo sito. L’aspetto della sentenza (che ha comminato una multa di 3.000 euro), è stato proprio il fatto che il giudice ha considerato il titolare del blog esattamente come se fosse il direttore di una testata giornalistica.
Il nuovo caso è ancora più clamoroso per il fatto che riguarda Google, il motore di ricerca più cliccato del mondo, e in particolare i servizi di condivisione dei video che su Internet stanno riscuotendo un vastissimo successo: su Youtube.com, il più famoso sito di questo genere, vengono caricati qualcosa come 60.000 filmati al giorno, guardati da centinaia di migliaia di utenti. Secondo l’avvocato Camera, la decisione della Procura torinese «è corretta in punto di fatto e di diritto. Ed è un passo avanti molto importante perché può contribuire a fare chiarezza nel mondo di Internet». Un plauso arriva anche dal ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni, che precisa: «Un motivo in più perché il Parlamento riveda l’assetto normativo in materia. Non possono esserci due pesi e due misure, uno per carta stampata e tv e uno per Internet. Il rispetto della dignità umana è uno solo».
La stessa frase di Fioroni evidenzia però il fatto che le norme attuali non sono sufficienti. «Innanzitutto - spiega un giurista esperto di temi informatici come il professor Vincenzo Zeno-Zencovich, ordinario di Diritto comparato alla Terza università di Roma - bisogna dire che se i server non sono in Italia, qualunque azione legale diventa decisamente complicata. Si aggiunga che la giurisprudenza prevalente non ritiene applicabile a Internet la legge sulla stampa, visto che la Rete è nata dopo e il diritto penale non si estende per analogia. Forse si potrebbe parlare di azioni civili, per la lesione dell’immagine o della riservatezza. Nel penale mancano leggi specifiche, che a mio parere non sono nemmeno auspicabili. Anche perché la natura stessa di Internet rende pressoché inutili le normative nazionali».