Una grande festa in Duomo per i 400 anni di San Carlo

Alle 18,30 il Pontificale del Cardinale, mentre la città apre tutti i
luoghi che hanno fatto del Borromeo un punto fermo della chiesa
ambrosiana

Due figli illegittimi e una morte da vittima della gola: l’indigestione di gamberoni se lo portò via nel settembre del 1520 a Ferrara. Ippolito II d’Este era vescovo di Milano, ma nel Cinquecento l’eccezione non era lui con i suoi costumi disinvolti, bensì il suo santo successore Carlo, della nobile e ricca famiglia dei Borromeo. Nominato vescovo di Milano dallo zio, papa Paolo IV, il giovane Carlo prese seriamente il compito e adottò uno stile di vita molto diverso da quello in voga. Per definirlo, venne coniata un’espressione ad hoc, «vivere alla borromea», cioè in modo sobrio e poco incline ad agi e ricchezze. L’intento, se non spregiativo, era almeno un po’ sarcastico.
Primo atto originale. Il vescovo Carlo si trasferì davvero a Milano, scelta ardita in tempi in cui i vescovi abitavano in Vaticano o nelle corti nobiliari a volte lontanissime dalle diocesi a loro assegnate, ma soprattutto continuavano a fare la vita di sempre e si limitavano a riscuotere cospicue rendite a fine anno. Carlo invece volle risiedere a tempo pieno a Milano e partecipare attivamente alla vita della città, e anche per questo sono molti i luoghi che vantano di aver ospitato momenti della sua vita o di conservarne reliquie.
Il luogo principale è il Duomo, dove oggi pomeriggio alle ore 18.30 si celebra San Carlo nel quattrocentesimo anniversario della sua canonizzazione. Nel corso del pontificale, davanti all’urna con il corpo del Santo, il cardinale Dionigi Tettamanzi leggerà una lettera di Papa Benedetto XVI dedicata alla figura del vescovo copatrono di Milano, fondatore di seminari e inventore dei confessionali.
Il Duomo fu sottoposto a una radicale rivoluzione da Carlo, che lo trasformò in una chiesa simbolo dei princìpi del Concilio di Trento. Sembra incredibile a pensarci adesso, ma allora attraverso le entrate laterali passavano carri e carretti ricolmi di merci, che preferivano tagliare per la cattedrale invece che fare il lungo giro della piazza. Carlo fece sprangare la porta laterale del Duomo che dà verso corso Vittorio Emanuele e che da allora è rimasta murata. E fece anche «ripulire» l’interno, diventato più simile a un cimitero nobiliare che a una chiesa: pendevano dal soffitto sarcofagi e statue delle famiglie illustri del tempo. Carlo fece togliere tutto e non risparmiò neppure i resti dei suoi parenti.
La Biblioteca Ambrosiana, fondata nel 1609 da suo cugino, il manzoniano cardinal Federigo Borromeo, è un luogo che custodisce molti cimeli di San Carlo, a partire dalle lettere autografe che testimoniano i suoi cambiamenti di vita: all’inizio dell’episcopato si firmava «cardinale Borromeo» e teneva molto ad allegare lo stemma della nobile famiglia; più avanti rinunciò al cognome e si firmò più semplicemente «cardinale di Santa Prassede», dalla chiesa romana di cui era cardinale, e sostituì al simbolo araldico dei Borromeo la parola Humilitas, che fu il programma della sua vita di vescovo. All’Ambrosiana si possono leggere anche gli appunti delle sue prediche, che Carlo costruiva come un albero genealogico in cui i concetti nascono uno dall’altro, di ramo in ramo. Il dottore dell’Ambrosiana Marco Navoni è autore di un libro (Carlo Borromeo. Profilo di un vescovo santo, edizioni Centro Ambrosiano), frutto di molti anni di studio tra il materiale inedito della Biblioteca. San Barnaba è la chiesa che San Carlo preferiva per i suoi ritiri spirituali. Quando voleva trascorrere qualche ora o qualche giorno di silenzio e preghiera più raccolta, lasciava l’arcivescovado e andava nella chiesa dell’attuale via San Barnaba, dove un’incisione ricorda che il vescovo per umiltà lavava anche i piatti. E poi c’è santa Maria della Passione: nella chiesa di via Conservatorio è custodito il dipinto di Daniele Crespi, La cena di san Carlo Borromeo. Carlo è ritratto con pane, acqua e sacre Scritture, intento nella lettura e nella meditazione davanti al Crocifisso. Vescovo asceta, morto tra penitenze e digiuni.