La guerra infinita dei Guns N'Roses tra droghe, litigi e incassi stellari

In 83mila a Imola per il concerto della reunion. Probabile il ritorno in un grande stadio italiano l'anno prossimo. Le vere leggende musicali resistono al tempo

Paolo Giordano

nostro inviato a Imola

Ma guardateli come se ne stanno pacifici uno di fianco all'altro. Slash il buono. Duff McKagan il brutto. Axl Rose il cattivo. Palco di Imola, concerto tra i più attesi della stagione perché, sia chiaro, i Guns N'Roses sono tra i gruppi più seguiti della storia, uno di quelli che ha segnato una generazione di rockettari con brani come Sweet child o' mine, Welcome to the jungle, You could be mine o Civil War e nel frattempo ha pubblicato il disco d'esordio più venduto di sempre (Appetite for destruction del 1987) e piazzato oltre 100 milioni di copie con 3 soli dischi ufficiali con la formazione originale. Rock duro, ispirato da Kiss, Stones, Stooges e Aerosmith. Si chiamava glam rock o street metal e chi lo seguiva adorava Axl, il sex symbol dei Guns N'Roses con una voce da tigre malinconica. Insieme sono una delle band più litigiose della storia, una di quelle che nello stesso tempo sono sogno e incubo.

Sogno perché erano poveracci di talento sperduti nella Los Angeles dei dandy e in pochi anni sono arrivati allo status di «everything first class on the road», ossia potevano pretendere un trattamento superlusso ovunque, alberghi, voli, vacanze. Ma sono anche un incubo perché hanno buttato tutto al vento causa droghe, litigi, follie. Nel 1991 erano la più grande rock band del mondo. Nel 1996 era rimasto soltanto Duff McKagan di fianco ad Axl. Tutti gli altri, da Steven Adler a Izzy Stradlin a Matt Sorum, si erano nebulizzati in un mare di processi, litigi, insulti. E droga, tanta droga. Li chiamavano «Lines N'Noses», ossia «piste e nasi» con riferimento all'abuso di cocaina. «Effettivamente cacciare Steven Adler dai Guns per abuso di droghe è stato un po' ridicolo», ha ridacchiato molti anni dopo Slash che, per far capire di non essere comunque un santerellino, poi definì Axl «un cancro». Quando uscì il loro disco doppio Use your illusion I e II (due cd diversi, prima volta nella storia a uscire contemporaneamente) era la mezzanotte del 31 marzo 1991 ed era così atteso che persino Donald Trump si fece fotografare in coda per l'acquisto.

Poco dopo partì il tour più lungo e selvaggio di sempre: 192 concerti in 27 nazioni con un incasso stratosferico. Alla fine avevano litigato e si erano drogati così tanto che nessuno pensava riuscissero a resistere insieme. Difatti esplosero. Dopo una serata molto stupefacente al termine di un concerto (almeno così riportano alcuni beninformati), Axl e i suoi avvocati riuscirono a strappare a Slash il controllo esclusivo del marchio della band. Da lì in avanti, per 15 anni circa, Axl si è perduto nelle sue ossessioni e i Guns N'Roses sono cresciuti nel mito, proprio come capita alle band che segnano un tempo preciso. Neanche l'uscita del controverso Chinese democracy, pubblicato dal solo Axl nel 2008 (che comunque ha venduto oltre 5 milioni di copie) ha cambiato la percezione del pubblico. Lui, che è nato il 7 febbraio come Vasco Rossi ma dieci anni dopo (1962) era diventato così grasso e bolso da sembrare suo padre e la reunion della formazione originale era data persino dai bookmakers come improbabile. Per dire, nel 2012, quando sono stati «ammessi» nella Rock And Roll Hall of Fame, praticamente l'Olimpo dei rockers, Axl Rose manco si era presentato.

Sembrava una storia finita. E invece. Il primo aprile dell'anno scorso al Trobadour di Los Angeles, di fronte a 500 persone, si è ripresentata la formazione originale con Axl, Slash e Duff. Poi il Coachella a Indio in California e poi un tour mondiale infinito con «seven legs», sette gambe: due volte Nord e Sud America, Sud Est Asiatico, Giappone, Europa e poi di nuovo America. «Ma stiamo trattando anche per il prossimo anno», spiega Roberto De Luca di Live Nation, lasciando intuire che i Guns N'Roses potrebbero ritornare in uno stadio come San Siro a Milano oppure Olimpico a Roma. Dopotutto il tour finora ha fruttato oltre 230 milioni di dollari, un bendiddio con almeno 50mila spettatori a concerto. Qui a Imola sono 83mila, biglietti venduti in poche ore e capienza ridotta dal promoter, per esigenze di sicurezza, di diecimila spettatori. A conferma che le vere leggende musicali resistono al tempo. Alle rughe. E anche ai litigi.