Guerra di primavera

Il sanguinoso attentato suicida che ha colpito la base americana di Bagram, in Afghanistan, ha lasciato fortunatamente illeso il vice-presidente americano Cheney. Non si sa, invece, se lascerà illeso Prodi. Non si tratta infatti di un gesto dimostrativo, ma dell'inizio di quella guerra di primavera in Afghanistan che i talebani annunciavano per il 20 marzo 2007. Il 20 marzo in Afghanistan è capodanno. Finisce l'anno 1385 secondo il calendario persiano in uso sia in Iran sia in Afghanistan, e questa è la data fissata dal Patto per l'Afghanistan firmato a Londra il 1° febbraio 2006 per la verifica del controllo del governo sul territorio, cui 64 Paesi donatori condizionano gli aiuti o almeno il loro ammontare.
Quando Prodi e D'Alema continuano a parlare di conferenze di pace, si dimenticano che ce ne sono già state due. La prima si è tenuta a Bonn nel 2001 e ha portato all'attuale Stato afghano. Il Patto per l'Afghanistan del 2006 è stato preceduto dalla cosiddetta «Bonn II», cioè da una serie di incontri cui hanno partecipato non solo i partiti e movimenti afghani che erano stati protagonisti della prima conferenza di Bonn, ma anche quei talebani che hanno accettato di deporre le armi, beneficiare di una generosa amnistia e partecipare alle elezioni. Non si capisce bene a che cosa servirebbe una terza conferenza, né i terroristi - se qualcuno per assurdo li invitasse - vi parteciperebbero, dal momento che il loro scopo non è favorire un processo di pace, ma impedirlo. Lo prova la scelta degli obiettivi, che si è concentrata sulle scuole e gli ambulatori. Dal gennaio 2006 al gennaio 2007 sono state colpite - e di conseguenza chiuse - in Afghanistan 208 scuole, mentre gli attacchi ai convogli che portano medicine e alle unità sanitarie che si occupano di vaccinazioni hanno moltiplicato per sei in un anno i casi di poliomielite. In più, gli attentati hanno colpito leader popolari, concentrandosi soprattutto sulle donne, che i talebani intendono escludere di nuovo dalla vita politica a colpi di bombe.
Non meno ipocrita - o tagliata su misura per i problemi interni della politica italiana - è la tesi secondo cui si deve diminuire la presenza militare e intensificare quella umanitaria. Le organizzazioni non governative non chiedono più personale - una delle più attive in Afghanistan, Mercy Corps, al contrario lo ha ridotto della metà - ma che questo personale sia protetto da militari, i quali dovrebbero anche impedire che i ragazzi e soprattutto le ragazze che si recano alle scuole e ai dispensari faticosamente costruiti siano massacrati dai terroristi. Senza protezione militare costruire scuole e ospedali è uno sforzo poco più che inutile, perché appena costruiti gli ospedali e le scuole saranno attaccati dai terroristi e costretti a chiudere.
Mentre Prodi e D'Alema in Italia discutono di un'inutile terza conferenza di pace, i talebani, Al Qaida e le milizie loro alleate al soldo della criminalità organizzata internazionale, le quali proteggono una produzione che nel 2006 è salita a 6.100 tonnellate di oppio, la base del 92% del traffico mondiale di eroina, hanno avviato a suon di bombe la fase due della guerra, in cui non ci si limita agli attentati ma si cerca di conquistare città e villaggi. Un osservatorio internazionale assai moderato come l'International Crisis Group chiede all'Italia di prenderne atto e di «dire chiaramente se l'obiettivo è la vittoria o la protezione dei propri soldati da ogni rischio». Come risponderà il governo Prodi?