«Hammamet»: la tragedia teatrale che riabilita Craxi

RomaUn fantasma s’è materializzato all’improvviso. L’altra sera, alle spalle di Piazza Navona, quasi all’ombra del Raphaël dove sempre rimbomba l’eco silente del tintinnar di monetine. Avrete già capito quale sia l’ingombrante presenza che a sorpresa s’è riaffacciata alla ribalta. Ribalta reale, non solo metaforica. Trattasi infatti di una pièce andata in scena al Teatro Tordinona. Titolo, Hammamet.
Non è curioso, anzi paradossale, che dopo tante commissioni d’inchiesta sempre annunciate e mai avviate, dopo estenuanti pellegrinaggi al piccolo cimitero sull’altra sponda del Mediterraneo, dopo discorsi riparatori senza alcun seguito, tocchi al teatro rendere giustizia a Bettino Craxi? È dai tempi di Eschilo che ciò avviene, dunque non stupitevi. Sappiate piuttosto che il giovane autore e regista di questo Hammamet, Massimiliano Perrotta, in quella fosca fine d’aprile ’93 parteggiava per la folla che lanciava monetine sull’ingresso del Raphaël, e racconta: «Simpatizzavo per Rifondazione, vivevo in Sicilia, a Mineo, e vedevo le immagini di quel linciaggio in piazza al telegiornale. Se l’è cercata, mi dissi». Ed ora che è riuscito a portare in scena anche il suo “pentimento”, ammette: «Fu un errore il trattamento che riservammo a Craxi. Indubbiamente il comunista Berlinguer era “una brava persona”, ma era il socialista Craxi che aveva ragione. Purtroppo ancora oggi c’è chi pensa che è meglio avere torto con Berlinguer piuttosto che ragione con Craxi. Poveri noi!».
«Qui non si fa storia», è l’incipit della rappresentazione. Lo spazio è cupo e vuoto, desolato e immobile, essendo quello di Hammamet innanzi tutto un esilio dell’anima. Sulla scena agiscono soltanto tre attori che non si incontrano mai. Il protagonista (Roberto Pensa) è un Bettino Craxi molto credibile anche nell’aspetto, se soltanto fosse un due spanne più alto, che deve aver studiato a fondo i filmati del leader socialista per rappresentarne così bene la gestualità. È il Craxi che racconta e ricorda, ripensa, e rimprovera l’Italia d’oggi colpevole non solo di aver rimosso anche il ricordo della «falsa rivoluzione», ma di aver creato una seconda Repubblica già vecchia anch’essa e affatto migliore della prima; un Craxi che parla attraverso un misto di citazioni originali e pensieri dell’autore. Poi, a spezzare il monologo del fantasma sempre seduto accanto al telefono dell’esilio, c’è un angelo vestito di nero, Barbara De Blasio, che con sguardo triste danza al canto delle parole più struggenti pronunciate poco prima dall’esule: è la sua anima che soffre, vive e pulsa di umanità. Infine un corifeo, Emanuele Carboni, sorta di io narrante al quale pesa incredibilmente la parola: è la voce della sinistra, almeno per la parte pentita degli osanna a Mani Pulite e della presa del potere per via giudiziaria, disposta con gran pena ad ammettere che «il Paese era guasto, ma per combattere la corruzione abbandonammo la ragione».
Non è ancora oggi così, come l’io narrante ammette di quegli anni, facendone ammenda? Per una certa sinistra è tuttora «più infamante essere stati socialisti che comunisti». E che sia stato davvero «un errore cavalcare l’ondata giustizialista», andrebbe detto a Veltroni e D’Alema che han consegnato la bandiera dell’opposizione proprio a Di Pietro. Ma lor signori non c’erano, nel piccolo teatro pur affollato. C’erano però Bobo e Scilla, un poco emozionati per il «tuffo nel passato». C’era Luca Iosi, taciturno. E c’erano i ragazzi della Fondazione diretta da Stefania.
Uno spettacolo sobrio, forte, con poche sbavature e senza cedimenti alla retorica. Anche pesante, trattandosi di una tragedia, ma che si ferma un minuto prima di farsi insostenibile. Forse il fantasma si piange addosso assai più di quanto in realtà lo facesse l’esule di Hammamet, ma dev’esser frutto del pentimento dell’autore. Al quale, se una annotazione storica è consentita, va ricordato che Craxi ad Hammamet non aveva segretarie, comunque nessuno al quale potersi rivolgere con la formula «non mi passi altre telefonate». A quel telefono rispondevano Marcello, Hamida, la signora Anna, chiunque passasse di lì quando squillava. Lo stesso Craxi, se capitava. Il quale dava del tu a tutti, o quasi.
Quella di martedì sera al Tordinona era l’anteprima. Attori ed autore (che si è avvalso della consulenza storica di Mattia Feltri), lamentano l’assenza del benché minimo finanziamento, dunque ora Hammamet va a Mineo, paese natale di Perrotta, e forse a Catania. A gennaio sperano di tornare a Roma, e poi chissà, anche a Milano.