Hans Hartung, il Maestro di Lipsia contagiato dalla «febbre del segno»

Alla Galleria Cafiso una grande retrospettiva dell’artista tedesco che anticipò l’informale

Mimmo Di Marzio

Nel periodo successivo al dopoguerra, una misteriosa epidemia contagiò gli artisti visivi di tutto il mondo, da Parigi a New York, da Roma a Tokyo: era la «febbre del segno». Questa febbre avrebbe scandito uno spartiacque nella pittura occidentale che abbandonò ogni rigore compositivo per lasciar spazio all'improvvisazione del gesto, alla velocità di esecuzione, alla libertà di cromatismi e materia. Ha qualcosa di straordinario il parallelismo poetico che accomunò Tobey e Pollock in America, Mathieu, Wols, Hartung e Soulages in Francia, e poco dopo Capogrossi, Crippa e Scanavino in Italia. E tuttavia sarebbe un grosso errore considerare questi virili antesignani dell'Informale come un trasversale movimento unitario con medesime motivazioni stilistiche e identiche radici poetiche.
A fronte di coloro che, come Hartung, Mathieu e Kline, identificavano nell'impulso cinetico stesso il valore del messaggio artistico al di là e a prescindere dai contenuti, altri - come Hartung ad esempio - concentravano la propria attenzione sull'essenzialità (e la bellezza) del segno nella sua accezione più strettamente grafica.
Non mancò poi chi, come Capogrossi o l'americano Alcopley, inventò con lo studio del segno veri e propri alfabeti cifrati che si ispiravano più o meno velatamente alle calligrafie orientali e allo zenismo. Un aneddoto vuole che la moglie di Capogrossi, che fino al '50 era stato un valente ritrattista, il giorno in cui vide comparire sulle tele del consorte la famosa sigla trina poi reinterpretata all'infinito, sospettò preoccupata che gli fosse andato di volta il cervello.
Ma, incomprensioni coniugali a parte, tra i pionieri dell'arte segnica fu inevitabile qualche rivalità sui diritti di paternità della cosiddetta «pittura diretta».
Tra questi spiccò proprio Hans Hartung, di cui si è appena inaugurata una bella retrospettiva negli spazi della Galleria Cafiso (piazza San Marco 1). Questa mostra (fino al 10 gennaio), realizzata a cura di Roberto Bigi in collaborazione con la Fondazione Hans Hartung e Anna-Eva Bergam di Antibes, rappresenta un importante contributo dedicato al Maestro tedesco in Italia dopo la morte avvenuta ad Antibes nel 1989.
Il corpo dei lavori in mostra comprende più di sessanta dipinti di medio e grande formato, in prevalenza su tela e su carton isorel e intende riassumere l’attività pittorica di Hartung nel periodo compreso tra gli anni ’60 e la fine degli anni ’80. Le opere offrono una fotografia esaustiva delle numerose tecniche adottate dall’artista fino dai primi anni ’70. L’artista, infatti, utilizzava il colore con pennelli opportunamente modificati, rulli, e attrezzi più disparati con cui graffiava la materia e somministrava pigmento puro sulla tela.
La mostra è illustrata da un libro edito da Skira che, oltre al contributo critico di Maurizio Calvesi e alle riproduzioni a colori di tutte le opere presenti, molte delle quali inedite, contiene la biografia integrale dell’artista curata dalla Fondazione Hartung.