Hawk, miliardario sulle rotelle nei trent’anni dello skateboard

Incassa 120 milioni di euro l’anno e ha 10 aziende. Il giro d’affari del suo videogame sfiora il miliardo

Giuseppe De Bellis

Tony conta: uno-due, uno-due, uno-due. Non è che si possa saltare a caso, bisogna essere precisi. Perfetti. Uno-due. Ecco: in alto, tre giri, poi l’atterraggio. Yes. Ci vuole metrica, perché la vita è a tempo. Per questo Tony conta sempre. A 38 anni si è abituato così bene che lo fa anche quando scende dalla rampa: fino a dieci, stavolta. Che sono le sue aziende, il numero perfetto di un impero costruito sulle rotelle di uno skateboard. Uno-due, i dollari sono tanti e per lui mai troppi. La faccia non è da miliardario, assomiglia a quella di un ragazzo che per crescere è voluto rimanere bambino: ha una moglie e tre figli, gestisce affari multimilionari ma non ha mai messo la cravatta per partecipare a una riunione. Wall Street è lontana: a Carlsbad, vicino a San Diego, c’è sempre il sole. Lui la mattina esce da una casa da 5 milioni di dollari, costruita dentro un ranch che è grande quanto una città di ventimila abitanti, e per lavorare si mette un paio di pantaloncini, ginocchiere, gomitiere e casco. Vai: la spinta, l’adrenalina, il rischio. Cadere fa parte del mestiere, farsi male è solo un altro tipo di contabilità. Dieci costole rotte nella vita, tibie, omeri, zigomi, clavicole rimesse in ordine una mezza dozzina di volte. Ne dev’essere valsa la pena, se i numeri sono questi: 120 milioni di euro incassati ogni anno e un giro d’affari che supera di un po’ il miliardo. Tony Hawk è questo: il numero uno dei numeri uno dello sport che non è mai diventato sport. Lo skateboard in America ha 14,5 milioni di praticanti, ma non una federazione. Niente tessere di iscrizione, le regole sono scritte nel dna: chi riesce nella cosa più difficile vince.
Il più amato d’America
Tony ha sempre fatto la cosa più complicata: 11 volte campione del mondo. Il primo skateboard glielo mise sotto i piedi il papà. Era il 1977, lui aveva nove anni. A 14 era già un professionista e da allora ha frantumato ogni record con la stessa frequenza con cui ha distrutto le sue ossa. È così che è diventato un personaggio incredibile. Due settimane fa è stato ospite di Jay Leno al Late Show: «Ehi Tony, ma lo sai che sei più popolare di Michael Jordan?». Hawk ha sorriso e ha fatto finta di niente. Però lo sa benissimo che da anni è uno dei personaggi più amati d’America. Nel 2001, un’azienda di prodotti di abbigliamento fece un’indagine di mercato tra i giovani sotto i 21 anni: chi è lo sportivo più fico? Tony primo, Michael Jordan secondo, Tiger Woods terzo. Il massimo per lui che ogni volta si deve fare largo tra migliaia di fan. La settimana scorsa è arrivato a New York per presentare il suo ultimo videogame. L’unica pubblicità se l’era fatta sul suo sito: c’erano tremila persone, più le telecamere di Cbs, Nbc, Cnn, Fox. Flash e interviste. Se la ride, lui: «È una cosa meravigliosa. Lo skate è la mia vita, il mio sport, la mia forma d’arte». Non parla di soldi e non gli serve. Si vedono e si sentono: ha fondato una azienda di tavole che gli vale 25 milioni di dollari; una di abbigliamento da 30 milioni; una di ruote da 13 milioni; una di carrelli da 5 milioni; una di scarpe da 10 milioni. Era testimonial di un celebre marchio di stile metropolitano, adesso è socio di maggioranza.
Poi i videgame, che sono l’industria vera. Perché lui è il signore che s’è inventato un gioco che porta il suo nome ed è diventato uno dei più venduti della storia. Era il 1996: si presentò alla Nintendo Giochi per proporre loro un videogioco sullo skateboard. Un tizio gli rispose: «Ma a chi può fregare un videogioco sullo skateboard?». Tony rimise la presentazione in power-point in una borsa e tornò a casa. Tre anni dopo il gioco uscì lo stesso: invece di aspettare che quelli si svegliassero, assunse una decina di persone e si fece la sua società di software. Uno-due, perché anche in questo caso era una questione di tempi: in sei anni, Tony Hawk pro skater ha avuto quattro edizioni diverse, ha fatto nascere Tony Hawk Project 8 e adesso porta nelle casse della holding a rotelle fatture per un miliardo di dollari l’anno.
Un salto lungo tre decenni
Affari e divertimento. Hawk è un fenomeno che si autoalimenta: «Non c’è niente di più bello di volare su una rampa e riuscire ad atterrare dopo aver inventato una figura nuova. In quei giorni ti senti bene. In paradiso». Parla così alla tv e ogni volta ha sempre più tifosi. Bambini e non solo: gli adulti gli invidiano la capacità di trasformare un gioco da ragazzi in un affare miliardario. Lui ormai ci si è abituato: non ha neppure finito la scuola per correre su una tavola a rotelle. A 16 anni era troppo bravo per studiare e Stacy Peralta gli offrì una vagonata di dollari per prenderlo nella Bones brigade, il gruppo che ha fatto la storia dello skateboard. Stacy oggi lo guarda e si congratula con se stesso: «Tony è unico». Come lo skateboard che Peralta ha contribuito a far nascere trent’anni fa. In questo circolo che si chiude Hawk è il figlio di quelli che nel 1976 crearono la storia di una tavola con le ruote che si muoveva dentro le piscine vuote della California. Trent’anni, Dogtown, gli Z-Boys, il primo skatepark. L’epoca trasgressiva, il passaggio dalle onde di Venice Beach alle strade. Oggi lo skateboard è uno stile di vita importato in tutto il mondo, dal piazzale della Stazione centrale di Milano alle strade di Shanghai. Tony Hawk è il simbolo: continua ogni giorno a mettersi sulla tavola per provare qualcosa che poi porterà altri dollari sul suo conto corrente. Uno-due, sempre lo stesso tempo, che è una regola. Quella che nel 1999 lo portò sulla rampa degli X-Games, i giochi degli sport estremi. Spinta, adrenalina, rischio. Lui appoggiò la tavola al bordo, la gente cominciò a battere le mani. Allora via, in aria, in alto. Due giri e mezzo: 900 gradi prima di atterrare sul legno e sentire l’applauso. Nessuno ci era mai riuscito. Tony chiuse lì: basta competizioni. Ha cominciato a girare il mondo sulla sua tavola, con i suoi pantaloni, le sue scarpe, le sue ruote, con in tasca i suoi dvd e i suoi videogame: «Lo skate è la mia vita, il mio sport, la mia forma d’arte». Il suo impero.