I 100 anni della Nivea: la crema che inventò la vanità popolare

Nel 1911, in Germania, nasceva un morbido unguento bianco come la neve e
per questo lo chiamarono Nivea. Quel barattolino di latta blu ha fatto
scoprire i trucchi della bellezza alla portata di tutti

Nessuna pensa a lui, Oskar Troplowitz. Un nome così diffi­cile poi, adatto in effetti a un far­macista- chimico- inventore, cioè quello che lui era, un signo­re di Amburgo che un giorno ha scovato la formula per tene­re insieme l’acqua e l’olio, il morbido e il liscio. Il risultato è una specie di sostanza spalma­bile, profumata, piacevole, in­dispensabile: la crema idratan­te. Troplowtiz, con il suo nome impronunciabile da scienziato prussiano, ha creato la Nivea, quella nella scatola di latta blu, che da cento anni, ormai, sta sui tavolini dei salotti, sulle mensole del bagno, sul comodi­no accanto ai fazzoletti e al li­bro per addormentarsi, nel ca­so tu abbia le mani screpolate dal vento o il naso arrossato dal raffreddore.

Ma prima ancora, nelle borse per andare in spiag­gia con le amiche e prendersi in mezza giornata un’abbron­zatura per la quale in realtà ser­virebbe un mese di mare, agli orari giusti, quelli dei bambini; nelle sacche di chi andava a gio­care a tennis o a calcetto; sulle toilette di uomini e donne che magari, dopo una giornata inte­ra a pulire, tagliare, trasporta­re, cucinare, lavare, zappare, avvitare, piantare, martellare, mungere, strofinare si ritrova­v­ano con le mani segnate e qua­si rovinate, e allora le ammorbi­divano con questa crema, mor­bida come il desiderio di acca­rezzare la guancia dei figli e metterli a letto. La scatola di latta blu sostitui­sce le leggendarie schiave del­l’antica Roma, che preparava­no unguenti freschi per i volti e i corpi delle padrone: tutte, al­l’improvviso, si sono scoperte matrone, gran dame, pure cor­tigiane.

Ma senza perdere tem­po. Senza alchimie, perché a quelle ci avevano già pensato i cervelli tedeschi. È la fine dei balsami a base di olii miracolo­si, bulbi, semi, testicoli di toro, squame di coccodrillo o di ser­pente, petali, interiora e distilla­ti vari,tutta roba che a confron­t­o maga Magò e l’assassino per­fido e geniale di Profumo sono dilettanti. Non è più epoca di bracieri, ampolle, paste da spal­mare, infusi, unguenti che ti la­sciano scivoloso come una sa­ponetta. Non è un secolo da geishe, con la loro preparazio­ne meticolosa che inizia, co­munque, da una specie di po­mata a metà fra l’olio e la cera, che poi è la stessa che si spargo­no i lottatori di sumo prima di un incontro. No, la crema nella latta blu è come la pastasciutta: cibo buono per tutti.

Chi non sa cucinare una pasta, chi non tro­va i quindici minuti necessari, chi non si sente poi sazio, appa­gato, soddisfatto? I tedeschi, con la loro passio­ne per l’Italia, anche quella più antica, hanno deciso di chia­marla Nivea perché è bianca co­me la neve, e anche la neve è qualcosa che non fa distinzio­ne di classe e di portafoglio: è la felicità immediata, istintiva, per tutti. La crema idratante era una formula chimica ed è diventata è la bellezza, la cura del corpo, il momento di relax e di attenzione che qualunque donna (e uomo) può godersi, il vezzo di una pelle abbronzatis­sima ( per chi riesce a non ustio­narsi) e però morbida, il rime­dio quasi universale contro ogni inestetismo.

Hai un pro­blemino? «Mettiti un po’ di cre­ma » dicono le mamme, e inten­dono sempre lei. Certo poi le femmine non si accontentano, creme, cremine e tubetti si ac­cumulano a decine, ma quelle, preciserebbero sempre le ma­dri, sono «vanità», come se il ba­rattolo blu non lo fosse; eppure quello rimane un ricordo, un imprinting per chi ama la psico­logia, una reminiscenza di qualcosa che rende tutto più fa­cile, immediato, rassicurante. Bello. Basta affondare le dita.