I bramini e i loro 700mila delegati

La differenza tra i bramini della politica e quelli del sindacato, è che almeno i primi debbono essere eletti dal popolo sovrano, i secondi no. Ci si può lamentare di Bassolino e dei suoi rifiuti, ma quando si pensa che è stato rieletto con il 70 per cento dei consensi, tocca fare autocritica. Si potranno contestare Berlusconi o Prodi, ma questi due signori si sottopongono al voto popolare. Epifani, Angeletti e Bonanni a chi rispondono, da chi sono eletti, come sono finanziati, quali responsabilità si assumono? La domanda sarebbe retorica se i tre leader (di che?) facessero il loro mestiere: tutelare i lavoratori attraverso la contrattazione e la difesa sul luogo del lavoro. Niente di più lontano dai loro interessi principali. Riguardo ai contratti, prima di firmarli, quando ci riescono, debbono fare referendum in fabbrica. Come se per ogni legge votata dal Parlamento si dovesse ricorrere a un referendum confermativo: una follia logica. I rappresentanti, se rappresentano davvero qualcuno, avranno pure una delega, per rappresentare. Appunto. La rappresentatività dei sindacati è diventata la loro maggiore debolezza. Non sono più la fotografia del mondo produttivo: tutelano i relativamente pochi insider contrattualizzati e si arrogano il diritto di rappresentare la collettività. Ma qualcuno si è mai chiesto per quale motivo ogni decisione, da parte di governi sempre più deboli, debba passare per le forche caudine del consenso sindacale? In Italia ci sono 700mila delegati sindacali, sei volte il numero dei carabinieri. Signori stipendiati dalla collettività che rappresentano la force de frappe che i tre signori manovrano per fare politica senza alcuna delega.
Meritoriamente dieci anni fa i radicali, primi tra tutti, capirono che il gioco si stava svolgendo con carte truccate e cercarono con un referendum di colpire al cuore economico il potere sindacale: vinsero. Ma furono battuti dal grande errore della politica, che reintrodusse dalla finestra contrattuale i privilegi persi per legge. Si sublimò quel gran ricatto della concertazione: per cui tutto si deve stabilire in vertici di Palazzo Chigi con la globalità dei «rappresentanti delle forze sociali». Balle politiche per scansare il peso delle responsabilità.
Il primo difetto di tipo democratico è dunque quello della scarsa rappresentatività e conseguente opacità organizzativa dei sindacati.
Ma vi è un secondo aspetto altrettanto grave. L’Italia dai tempi dello Statuto dei lavoratori è cambiata con il mondo. I sindacati hanno fatto finta di non accorgersene, se non per un verso: il progressivo invecchiamento della popolazione. E dunque la necessità di sostituire il proprio originario popolo di lavoratori con il popolo di pensionati. Legittimo, per carità. Ma che sia chiaro. Il mondo del lavoro è oggi altra cosa rispetto a quello celebrato dal contratto collettivo nazionale e sindacale. È un mondo, ad esempio, in cui ci sono 2,2 milioni di para subordinati costretti a far da sé. La logica con la quale il sindacato si è battuto per abolire lo scalone Maroni (con il quale si mantenevano bruscamente al lavoro i 58enni) è stata: mandiamo in pensione prima i nostri cinquantenni e a pagare saranno i giovani senza contratto fisso che vedranno incrementati i loro contributi previdenziali. Una decisione da far venire i brividi per la sua iniquità sociale, oltre che per il suo controsenso economico e produttivo.
I nostri sindacalisti si sono ridotti a conoscere meglio l’ingresso di Palazzo Chigi di quello di Mirafiori. Siedono in più consigli di amministrazione che consigli di fabbrica. Hanno la pretesa di rappresentare tutti i lavoratori, e non li rappresentano; il gusto di dettare le leggi per tutti gli italiani, e non li conoscono.
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