I calembour di Bertinotti l'ircocervo

Siamo noi a meravigliarci che Fausto Bertinotti si sia stupito di essere stato duramente contestato a Gerusalemme dai rappresentanti dell'ebraismo italo-israeliano. Il Presidente sa bene che da sempre la sinistra massimalista è stata portatrice di sentimenti anti-israeliani e anti-americani, e che il suo slogan preferito - «Due popoli, due stati» - può al massimo servire a rafforzare la sua immagine ecumenica, ma non a cambiare la sostanza politica di Rifondazione comunista e degli altri gruppi dell'estrema sinistra.

Anche oggi, quando Bertinotti sostiene che Hamas ed Hezbollah sono legittimati perché votati da palestinesi e libanesi, difficilmente potrebbe aspettarsi l'applauso degli israeliani che vivono nel terrore dei kamikaze e dei razzi provenienti proprio da quei terroristi considerati «legittimati» dal voto. La verità è che Bertinotti è una specie di ircocervo che ha la testa istituzionale di presidente della Camera e il corpo con la coda di leader politico di un partito che si chiama, secondo un nonsense tutto italiano, della «Rifondazione comunista». Ma tali animali non esistono in natura e neppure in politica perché nascono da fantasie mostruose. In una liberal-democrazia degna di questo nome il ruolo istituzionale svolto in patria e all'estero dovrebbe essere incompatibile con il ruolo del politico, tanto più se si tratta della leadership di una sinistra comunista, no-globalista o movimentista. A Bertinotti piace la scena politica, e perciò la imbelletta di eleganti calambour lessicali. Quando è sulla piazza mediatica non si trattiene dal sentenziare sulla Telecom che «ha evitato il peggio degli americani con la cordata Telefonica-Mediobanca», sul referendum elettorale che è «un colpo per la democrazia», o su Mediaset che «dovrebbe essere messa a dieta».

Così, quando il Presidente parla, ognuno si chiede se si tratti della voce dell'istituzione o della linea politica di una gauche più o meno estrema. Sappiamo che Bertinotti si sta adoperando per essere accettato come leader di uno schieramento che vuole governare, e quindi si ingegna sulla nonviolenza, sulla meditazione da introdurre nel Parlamento italiano ispirandosi al Monte Athos, o sull'ecumenismo etnico e religioso, tanto da meritare premi e riconoscimenti a destra e a manca. Ci domandiamo tuttavia se il leader della rifondazione comunista non farebbe meglio a meditare sull'impossibilità di riproporre quel «Dio che è fallito», di cui scrissero sessant'anni fa i giganti dell'antitotalitarismo, I. Silone, A. Koestler, R. Wright, A. Gide, St. Spender e R. Crossman. E sarebbe davvero edificante se il «grande parolaio» riuscisse finalmente a comprendere che la funzione della terza carica dello Stato non può essere svolta in maniera intrecciata con la leadership, se pure soltanto vocale, del popolo antisistema che ingrossa le schiere dei suoi seguaci. Altrimenti è naturale che la terza carica dello Stato sia contestato come in Israele.
m.teodori@mclink.it