I cinesi in Italia diventano immortali

Le salme forse fatte sparire per riciclarne i documenti

Giannino della Frattina

da Milano

Che i cinesi fossero longevi lo si sapeva. È proverbiale. Ma che l’aria di Milano li rendesse praticamente immortali è scoperta che forse merita una qualche attenzione. Questione di cifre, non di pregiudizi, nè di astio conseguente all’invasione della merce a prezzi stracciati che sta affondando l’economia di casa nostra.
I dati, dunque. Oggettivi e difficilmente tacciabili di xenofobia. Negli ultimi quattro anni, infatti, e precisamente dal primo gennaio del 2000 al 31 dicembre del 2004, tra la Madonnina e la Torre Velasca i cinesi passati a miglior vita sono appena 26. Che, diviso quattro, fa nemmeno 7 all’anno. Ovvero uno ogni due mesi. Numeri assolutamente attendibili, perchè ufficiali e forniti dal Servizio statistiche sociali del Settore statistica del Comune di Milano. Da precisare che si tratta di cittadini cinesi con cittadinanza cinese e residenza a Milano. Impossibile, infatti, rintracciare i pur non molti cinesi con cittadinanza italiana che abbiano seguito la medesima sorte. Ai 26, poi, i Servizi funebri del Comune di Milano spiegano che vanno aggiunti 9 cinesi deceduti, ma non residenti. Per un totale che arriva, comunque, alla misera somma di 35. Misera perchè la comunità cinese di Milano a dicembre 2004 aveva raggiunto la cospicua cifra di 11.513 unità. Ben tremila in più rispetto ad appena quattro anni prima. Un incremento vertiginoso, dunque, della Cinatown che rappresenta ormai una fetta davvero considerevole degli oltre 143mila cittadini stranieri, Unione europea compresa, con residenza milanese. Cifra anche questa davvero considerevole, dato che la popolazione milanese a fatica supera quota un milione e 300mila.
Tornando ai cinesi, anche i 35 defunti «ufficiali» meritano qualche considerazione supplementare. Si tratta, infatti, in quasi tutti i casi di registrazioni «obbligate». Di neonati deceduti subito dopo la nascita, di adulti morti in ospedale o di rarissime richieste di sepoltura nei cimiteri milanesi. Oppure di salme transitate per l’obitorio comunale di via Gorini. Corpi «recuperati sulla pubblica via per incidente o morte violenta». Sei gli episodi, tra cui un rarissimo caso di suicidio lo scorso giugno alla fermata Amendola della metropolitana.
Tirate le somme, risulta evidente che, tolti i decessi impossibili da nascondere, reasta ben poco. E sembra già di sentir le difese d’ufficio. I cinesi amano essere tumulati in patria. Una volta morti si fanno trasportare in Cina. Difficile da credere se, come risulta, solo due in quasi cinque anni sono i feretri imbarcati. Uno con destinazione Pechino, l’altro per una desolata regione dell’interno. Poca cosa anche i passaporti mortuari (solo ceneri, costa meno). Dal 2002, da quando cioè la competenza è passata dalla Prefettura al Comune, le richieste sono state appena cinque. Di cui una per un cadavere recuperato e rimasto in obitorio per più di due anni.
«Sicuramente singolare, poiché esiguo, il numero dei cittadini cinesi morti negli ultimi cinque anni a Milano rispetto al dato complessivo dei residenti - commenta laconico Giulio Gallera, l’assessore ai Servizi funebri e cimiteriali del Comune di Milano -. Quasi tutti sono sepolti nei nostri cimiteri, mentre pochissimi risultano essere stati rimpatriati dopo la morte». Con un’aggiunta. «Un dato in controtendenza - ricorda Gallera - è quello di chi ha fatto richiesta di costruire una tomba di famiglia, un passo significativo verso l’integrazione. Ma per ora compiuto solo da tre residenti». Fra cui Wong Hung-Hing, cinquantaduenne che dai fornelli del ristorante racconta di voler rimanere milanese a vita. E anche dopo. Avendo deciso di farsi costruire un vero e proprio mausoleo per sè e per i suoi discendenti al Cimitero Maggiore.
Messi in fila i dati, scartata l’ipotesi di una presunta immortalità, restano ipotesi e illazioni. E quello che è ben più di un sospetto, ovvero che i morti vengano fatti sparire per riciclare i documenti nel vortice del fiorente traffico di lavoratori clandestini. O la truculenta ma gustosa leggenda metropolitana che li vorrebbe fatti a pezzi e ridotti clandestinamente in cenere in crematori fai da te. Ma a Chinatown nessuno capisce la domanda. Dei morti spariti nessuno sa nulla.
giovanni.dellafrattina@ilgiornale.it