I comizi in «camicia nera» di padre Eusebio

Tutto era importante in lui: nome, cognome, curriculum, arte oratoria, scelte di campo. Padre Sigfrido Eusebio Zappaterreni fu uno dei più famosi esponenti del basso clero cattolico che si trovarono schierati, senza remore, con la Repubblica sociale di Mussolini durante gli ultimi, travagliati mesi di guerra, abbracciandone le istanze, le scelte politiche e assecondandone la propaganda. Anzi, di quest'ultima fu uno degli interpreti più seguiti e popolari. E per questa ragione, per propaganda, Padre Eusebio scelse anche la nostra regione come palcoscenico per alcuni suoi discorsi nelle piazze.
Sigfrido Eusebio Zappaterreni, nato il 3 luglio 1913 a Montecelio (Roma), entrò giovanissimo in seminario, e ordinato sacerdote, fece ingresso nell'ordine dei frati minori. Si distinse subito per eccezionali doti oratorie, disponendo di una voce tonante e di una dialettica formidabile, che unite a prestanza fisica e coraggio non comuni, fecero in breve di lui un seguitissimo predicatore. Segnalato dalla Curia castrense come un sacerdote particolarmente indicato per il ruolo di cappellano militare, Padre Eusebio durante la Seconda guerra mondiale fu in Grecia, Jugoslavia e Russia.
Combattente per formazione mentale, culturale e professionale, all'8 settembre 1943, trovandosi in Francia, non potrà che aderire alla neonata Repubblica sociale, facendo proseliti tra i militari caduti in prigionia. Terrà a battesimo gagliardetti e battaglioni di volontari armati. L'ultimo fascismo, bisognoso com'era di ogni pur piccolo consenso, trovò in Padre Eusebio un aiuto notevole e lo munì di ogni benestare per agevolare la sua opera di oratore. Si adoperò con volontà, Padre Eusebio, parlando nelle piazze e nei teatri delle principali città nel Nord. Le sue apparizioni divennero famose, sia per il tono fortemente minaccioso che riservava ai tantissimi nemici del fascismo, sia per le «sparate» di pura propaganda con le quali terminava i discorsi, facendo spesso riferimento alle fenomenali armi segrete tedesche che avrebbero potuto capovolgere i destini militari, ormai segnati, dell'Asse. Dopo il 25 aprile 1945, arrestato a Milano, processato e condannato, si difese con il consueto coraggio. Uscito dal carcere nel 1946, sarà inviato missionario in Sud America, operando tra i poveri di Buenos Aires e presso il grande «Sanatorio Municipal» della capitale argentina, dove morirà nel 1985.
Dopo avere visitato San Remo e Alassio, domenica 12 marzo 1944, alle ore 10,30, preceduto da un notevole tam tam mediatico, Padre Eusebio parlò a Savona ai cittadini convenuti in piazza Mameli per ascoltarlo ed assistere alla Messa al campo. I savonesi non erano tantissimi, molti tra i presenti erano in realtà bersaglieri, agenti di polizia, studenti e, naturalmente, i fascisti più convinti. Ma non mancarono i cittadini comuni, donne, semplici curiosi, qualche giovane marinaio tedesco. Con l'enfasi che gli era propria, Padre Eusebio dipinse un quadro a tinte fosche dell'Italia caduta in mano agli Alleati e cercò più che altro di infondere coraggio tra i simpatizzanti del fascio. Non esitò a rovesciare parole di fuoco e di condanna sui partigiani, sui tiepidi e sui nemici di ogni colore. Dopo la cerimonia il frate trascorse alcune ore con i soldati nelle loro caserme, portò una parola di fiducia nelle postazioni schierate sul mare, dividendo con la truppa il poco rancio che passava il Governo.
Per Genova, Padre Eusebio scelse invece il 4 ottobre 1944. Accompagnato dal Federale Livio Faloppa, si recò subito allo Stabilimento Meccanico Ansaldo di Sampierdarena, dove sedette a mensa fra gli operai. A molti di questi la zuppa dovette andare di traverso, perché il frate, salito su un tavolo e presa la parola, si scagliò con particolare veemenza contro il comunismo e i suoi adepti. Nessuno tra le centinaia di presenti, naturalmente, osò contraddire, preferendo unire al finto applauso finale, qualche mugugno sottovoce.
Il giorno seguente parlò finalmente in piazza De Ferrari, gremita oltre che dai soliti reparti fascisti, anche da tanta gente del popolo. L'incontro con Genova cominciò con un quarto d'ora d'anticipo su quanto annunciato dalla stampa locale, e fu un indubbio successo. Il frate parlava bene, sapeva trascinare. Dal palco rese un omaggio doveroso ai tanti caduti in guerra, se la prese con quanti attendevano gli Alleati, e non mancò di prorompere in insulti antiebraici. I soldati presenti udirono frasi che avrebbero potuto essere profetiche, quando parlò di un «... razzo stratosferico transoceanico...» che avrebbe demolito le città e i grattacieli americani. Accennò alla «... disgregazione molecolare delle forze della materia...», con un esplicito riferimento all'atomica che i nazisti stavano convulsamente cercando di realizzare negli ultimi mesi di guerra. E disse pure: «... noi vogliamo che la Madonna sia proclamata Regina d'Italia e batteremo le monete con la scritta: Maria, Regina della Repubblica Sociale Italiana!», ovvero il culto mariano (molto sentito in Liguria) al servizio (numismatico) della causa fascista. L'entusiasmo travolse la piazza, e fu così sincero, che persino la Prefettura inviò al Ministero un telegramma contenente uno dei testi più ottimistici mai giunti da Genova durante tutta la Rsi.
Il giorno 6 ottobre, prima di accomiatarsi dalla città, Padre Eusebio presenziò - nel quartiere «rosso» di Sestri Ponente - al funerale del maresciallo della Guardia di Finanza repubblicana Filippo Triolo, ucciso dai Gap comunisti. Uno dei tanti ammazzati, il vero volto della realtà di odio che circondava gli ultimi fascisti. Una realtà che, nonostante i proclami entusiastici e le speranze riposte in armi miracolose, sarebbe puntualmente giunta in primavera, e non al suono degli inni fascisti, ma del più prosaico boogie-woogie.