I debiti con la giustizia che i galeotti non pagano mai

Dopo condanna e galera, lo Stato chiede il rimborso delle spese sostenute: il "soggiorno" ha costi alti, per non parlare delle intercettazioni. Ma pochi aprono il portafogli

È una scena che si ripete tutti i giorni. In tutti i tribunali di sorveglianza. Pochi minuti di udienza e, voilà , il debito è cancellato. Migliaia e migliaia di euro, anzi milioni di euro. Una cifra imponente e mai quantificata, nell'Italia dell'approssimazione e della sciatteria, un tesoretto che se ne va per tamponare le spese che i condannati, tutti i condannati, dovrebbero pagare ma alla fine per una ragione o per l'altra non riescono a sostenere.

Sì, non lo sa quasi nessuno, ma lo Stato che ha la memoria di un elefante prima o poi manda al detenuto o all'ex detenuto una bella letterina in cui gli ricorda che per processarlo e farlo condannare ha bruciato risorse. Il capitolo più importante, naturalmente, è quello delle intercettazioni telefoniche, ma non è l'unico perché ci possono essere le perizie e tante altre voci. La pubblica amministrazione fa con calma ma, inesorabile come la morte, alla fine il conto arriva. Anzi, più di un conto. Perché oltre alle spese di giustizia ci sono quelle del mantenimento in carcere: San Vittore, Rebibbia e Poggioreale non saranno un grand hotel ma anche loro hanno un costo e la macchina pubblica, magari a distanza di anni, reclama i soldi del soggiorno in quel determinato carcere. In teoria in questo modo lo Stato recupera milioni e milioni di euro, impiegati per combattere il crimine e per tenere aperti i penitenziari. Ma non è così. Non sempre.

L'APPELLO

Anzi, il più delle volte il tizio che ha ricevuto la busta-regalo allarga le braccia e dice poche parole, sempre le stesse: «Mi spiace, ma non ho i soldi per pagare». Anche perché le parcelle, che sono il termometro di indagini e processi andati avanti per anni con grande impiego di mezzi, sono astronomiche. Allora si corre a Palazzo di giustizia, dal giudice di sorveglianza, e si chiede la cancellazione del fardello. Tecnicamente, si chiama remissione del debito ed è uno degli istituti meno noti ma finanziariamente più importanti della giustizia italiana. Con cadenza quotidiana il giudice abbona le cartelle che potrebbe strozzare i malcapitati. Anche se il meccanismo non è automatico e per una ragione o per l'altra più della metà delle istanze viene bocciata. Ma se il condannato fa una vita normale e non è benestante, la strada per lui è tutta in discesa.

CIFRE DA CAPOGIRO

Prendiamo il caso di S. L., condannato a due anni e 8 mesi per traffico di stupefacenti. A lui è arrivata la parcella relativa alle spese di giustizia: 210.367,60 euro. Probabilmente per le solite intercettazioni che l'hanno inchiodato insieme ai suoi tre complici. Ora i quattro dovrebbero raggranellare i 210mila euro in solido fra di loro. S. L. però non ha i soldi e nell'istanza spiega la sua situazione: è fuori, è tornato nella società, ma le sue condizioni sono quelle che sono: «Riferisce di vivere insieme alla moglie, i due figli e il suocero presso un appartamento assegnato dall'Aler per il quale deve pagare una pigione di circa 300 euro mensili». Non basta: «Svolge attività lavorativa in qualità di operaio con un reddito mensile di circa 1.800 euro mentre la moglie, anch'ella operaia, percepisce la somma di 1.200 euro mensili. Anche con tali redditi, tenuto conto della presenza dei due figli e del suocero, non è in grado di fronteggiare il pagamento dell'ingente somma dovuta». Che può fare il giudice di sorveglianza di Milano davanti a questo quadro?

Si rivolge al commissariato di polizia di Milano Lorenteggio; gli agenti studiano la pratica e valutano i due parametri fondamentali, che servono al magistrato per la sua decisione: S. L. non ha barato sulle sue condizioni di vita, inoltre ha tenuto una buona condotta. Risultato: il giudice rimette il debito, a pagare quei 210mila euro sarà lo Stato oppure, ma è improbabile, qualcuno fra gli altri tre soggetti.

Coi tutti i giorni. Così in tutta Italia. Con ritmi infernali: sono quasi quattromila le richieste che arrivano ogni anno sulle scrivanie dei giudici di sorveglianza. Una catena di montaggio. Al punto che, per non perdere inutilmente tempo e sprecare altre risorse, recentemente è stata pure abolita l'udienza. La toga legge le carte, delega una breve indagine alla guardia di finanza, ai carabinieri o alla polizia, infine risponde: sì o no. In gioco ci possono essere importi modesti, poche migliaia di euro, ma anche cifre imponenti. Ecco, per esempio, il caso di S. D. C. La corte d'assise di Reggio Calabria l'ha condannato nel 2008 a sette anni e 4 mesi di carcere, è stato in cella a Torino, Voghera e San Vittore, poi è stato scarcerato, ha lavorato per qualche mese presso un'azienda che successivamente ha chiuso, infine si è iscritto alle liste di disoccupazione. Una vita complicata, il difficile reinserimento nel mondo del lavoro. Quindi, quando meno se l'aspettava, ecco il conto: un milione e 650.469,43 euro. S. D. C alza le mani e va dal solito giudice di sorveglianza che fa la sua rapida indagine. Le relazioni comportamentali delle prigioni in cui l'uomo è stato ospitato «rappresentano la costante buona condotta». Tocca poi alle Fiamme gialle scattare la foto dei suoi redditi. Il quadro è quello che è: fra il 2010 e il 2011 S. D. C. ha avuto un impiego e ha incassato complessivamente 9.262 euro. Poi l'azienda, probabilmente attanagliata dalla crisi, ha cessato l'attività e a lui non è rimasto altro che andare a ingrossare le liste di disoccupazione. Non basta, perché tutti i suoi beni sono stati confiscati nel 2009 e poi c'è, o ci sarebbe, anche la moglie separata, da mantenere. Un disastro. Un salasso. Un debito che S. D. C. mai e poi mai potrà scalare con le sue forze. Vista la situazione, il magistrato «rimette» il debito, come dice il provvedimento che utilizza un verbo evangelico e documenta però i guai di un Paese con le mani bucate.

I problemi di S. D. C. sono gli stessi di P. M. Per carità il debito di quest'ultimo è molto più contenuto. Solo 3.154,45 euro, ma la sostanza non cambia. L'uomo, ancora in carcere, non ha i soldi per pagare la galera. In questo caso due periodi. Dal 19 maggio al 31 luglio '98 e poi dal 31 luglio '98 al 17 novembre 2003. Poco più di tremila euro per quasi sei anni di carcere è poca cosa. Ma le disponibilità di P. M. sono un soffio, così riassunto: «Con nota dell'ufficio conti correnti della Casa di reclusione di Bollate, in data 8 aprile 2014, risulta che il soggetto possiede un fondo disponibile pari a 398,28 euro e un fondo vincolato pari a 1,47 euro. Non percepisce mercede, non svolgendo attività lavorativa intramuraria». Fine dei giochi. Il debito, per quanto modesto, è condonato.

Come risulta azzerata la pendenza di S. T., arrestato per avere frequentato, giovanissimo, bande di sudamericani ad alto tasso di violenza. S. deve alla comunità 1.797,08 euro per «spese di mantenimento in carcere dal 16 gennaio 2010 al 18 febbraio 2014». Ma anche lui si appella alla clemenza dello Stato e lo Stato gli viene incontro: «Durante la detenzione il soggetto ha pienamente compreso il disvalore delle proprie condotte». Insomma, ci sono le condizioni minime per togliere pure a lui quel peso. Chissà. E se invece non avesse compreso il disvalore e il debito non fosse stato tagliato, alla fine S. avrebbe pagato? Una domanda scomoda che è meglio evitare.

LE RICHIESTE

Le istanze presentate ogni anno sono migliaia. Per la precisione, sono state formulate 3.739 domande nel 2012 e 3.800 nel 2013. Quelle accolte sono molte di meno: 1.524 nel 2012, 1.500 nel 2013. Meno della metà. Le altre, tutte le altre, vengono respinte con motivazioni diverse: sono rigettate, dichiarate inammissibili o altro ancora. E però, come confermano i dati forniti al Giornale dalla Direzione generale di statistica del ministero dell'Interno, per 1.500 volte il giudice ha buttato scontrini e ricevute delle spese sostenute e ha versato il debito del signor Rossi nel calderone nazionale. Quanto vale questa operazione di aritmetica giudiziaria? Milioni di euro, come è facilmente intuibile. Ma i numeri, quelli veri, non li sa nessuno perché la Direzione generale di statistica si limita a registrare il numero dei casi. E non il loro importo. Il debito dei condannati è un altro piccolo mistero italiano.

Commenti
Ritratto di stock47

stock47

Lun, 13/07/2015 - 19:48

Un assurdità sulle spalle di chi è finito in prigione. Capisco la giustezza della pena che devono fare ma non il fatto che debbano risarcire vitto e alloggio, visto che non sono cose decise da loro ma a cui sono stati costretti dalla giustizia. Uno Stato che si fa risarcire dai suoi prigionieri di reati comuni? Solo la Cina era riuscita a tanto, chiedendo il risarcimento della pallottola con cui uccidevano il condannato a morte. Uno Stato del genere è uno Stato di accattoni che non è degno nemmeno di chiamarsi Stato.

Ritratto di mariosirio

mariosirio

Lun, 13/07/2015 - 21:21

Colonie penali agricole e stipendi pignorati per pagare stato e debiti per cause civili

Pitocco

Mar, 14/07/2015 - 01:42

Mi sembra una questione irrilevante. Chi no mezzi propri pagherà con il carcere (ogni giorno di cacere costa allo stato all'incirca 250 euro) ovvero con attività che possa ripagare il debito. Assurdo poarlare di lavori socialmente utili, che caspita vuol dire? Nulla! Quindi si impieghi questa manovalanza nelle opere pubbliche, nello scavo di fossi, nella puizia delle strade, nella sistemazione di argini/scoline, nelle attività in cui la manodopera sembra sempre più rara, fino all'estinzione del debito. Ci vuole un genio per fare questo?

umberto nordio

Mar, 14/07/2015 - 07:26

Uno stato serio dovrebbe recuperare almeno parte delle spese sostenute con il sequestro dei beni e/o con il lavoro forzato dei condannati.Ma il nostro non è serio.

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Andrea B.

Mar, 14/07/2015 - 07:45

Francamente al sottoscritto basterebbe che ci fosse per i condannati severità e certezza della pena. Poi se certe situazioni patrimoniali degli scarcerati sono effettivamente quelle, che si può fare? Niente o al limite rimetterli dentro per debiti, come un cane che si morde la coda. Non ne esce bene lo stato comunque: spende tempo e soldi per chiedere somme che sa benissimo che non riavrà indietro e quindi spende altro tempo e soldi per cancellarsi da solo le proprie richieste... come al solito lo stato scava buche per poi ricoprirle!

Ritratto di Zione

Zione

Mar, 14/07/2015 - 12:06

Che sconquasso; ma rispetto al Giudiciume "Torinese" degli anni 80, che per il recupero delle “spese di mantenimento in Carcere” Perseguitava anche i poveri Cristi, che molto Abusivamente venivano ficcati dentro (pure per pochi giorni ...), sembra che la situazione stia in netto miglioramento (Fallimentare …). – A. V. G. -- (Associazione VITTIME del Giudiciume)