I Depeche Mode: "Siamo un gruppo part time"

Dopo un tour mondiale da tre milioni di spettatori esce un cd/dvd dal
vivo "Quando non suoniamo, viviamo in continenti diversi. Ed è meglio
così"

Dopotutto sono sopravvissuti (agli anni Ottanta), hanno vinto (le droghe), sono inventori (dell’elettropop) e in tutto questo popò di fatiche sono riusciti persino a vendere più di cento milioni di dischi. I Depeche Mode per la strada li riconoscono in pochi. Ma appena le radio passano un loro brano, qualcosa tipo Personal Jesus o Enjoy the silence, ecco che si capisce perché sono ancora qui: si riconoscono subito perché hanno un suono scandito e ritmato che gronda tecnologia e le melodie liquide sono autentiche sciabolate nell’oscurità. In fondo, ascoltando il nuovo cd dvd dal vivo Tour of the Universe - Live in Barcelona, si capisce perché nell’ultimo tour hanno suonato cento concerti per quasi tre milioni di persone, tutte soddisfatte da capo a piedi. Certo, hanno il fascino maledetto della superband. Ma soprattutto sfoggiano un cantante, David Gahan, che ha pure battuto un cancro nel bel mezzo della tournèe, e un compositore come Martin Gore che una ne suona e dieci le inventa.

«E io me li godo tutti e due», dice Andrew Fletcher detto Fletch, che è con loro da quasi trentacinque anni e quindi sa bene quale sia la ricetta della convivenza: «La stessa del matrimonio», ridacchia.
Scusi, Fletch, sta scherzando?
«Macché: bisogna parlarsi e convivere solo quando è necessario».
Troppo facile però.
«Diciamo che è comunque meglio di quando non ci si parla neanche se è indispensabile».
Ad esempio?
«A noi qualche volta è successo. Ma poi abbiamo trovato un equilibrio soddisfacente. Stiamo insieme per due anni, magari due anni e mezzo, tutti i giorni in studio di incisione oppure su qualche palco o negli hotel. Veniamo dalla stessa città, abbiamo lo stesso senso dell’umorismo tipicamente inglese. Ma...».
Ma?
«Dopo un po’, basta. E viviamo lontanissimi. Io ad esempio sono a Londra, mentre David (Gahan - ndr) vive a New York».
A proposito, come sta? Nel maggio dell’anno scorso il tour è stato interrotto perché aveva un tumore alla vescica. Dopo dieci giorni era di nuovo sul palco.
«Sta benissimo, è in perfetta salute. Anzi, adesso è appena tornato dalle vacanze. E sta cercando di mettere in piedi un nuovo studio di registrazione a New York».
Nel frattempo pubblicate questo disco registrato dal vivo a Palau St Jordi di Barcellona in tre formati diversi: due cd e due dvd insieme, due cd e un dvd e infine un doppio blu ray.
«E, oltre a quattro canzoni in più e un documentario, ci sono anche sette filmati esclusivi creati apposta da Anton Corbjin».
Il fotografo e regista più amato (anche) del rock.
«Ha fatto l’effetto giusto».
Ossia?
«Quando ci ha conosciuto eravamo brutti da vedere. Lui ci ha fatto diventare fighi».
Diciamo che il look non è mai stato il vostro forte.
«L’onesta sì, però. Per noi la gente spende soldi. Non possiamo dimenticarcelo».
A molti vostri colleghi capita.
«Sin da quando eravamo sconosciuti, abbiamo sempre preso le decisioni in prima persona. Tanti altri lasciano che a decidere siano il management o le case discografiche. E spesso si fanno del male».
In questo periodo, poi: crisi assoluta. Di denaro. E anche di creatività.
«Tanta musica oggi suona sempre uguale e ci sono poche, pochissime, forse nessuna, individualità».
Eppure si diceva che internet avrebbe liberato l’originalità dei nuovi compositori.
«In teoria sì. In pratica oggi sembra che in giro ci sia solo musica da Top 40. Poi tutto cambia rapidamente. Noi incidiamo un album ogni quattro anni e ogni volta troviamo una situazione completamente diversa da prima. Tra qualche mese entreremo in studio e so già che cosa succederà: quando uscirà il nuovo cd sarà tutto diverso da oggi».
Dicono che il pop è in mano alla dance.
«Dicono così? Mai visto un profeta azzeccare una previsione».

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