I faldoni dei detenuti archiviati in corridoio

Centinaia, migliaia di cartellette rosa. Ogni cartelletta è una storia: la storia di un uomo o di una donna finiti nel tritasassi della giustizia e del carcere, storie di errori e di sofferenze, di redenzione e di ricadute. Sono storie che dovrebbero riguardare solo loro, i protagonisti. E che invece sono a disposizione di tutti. Basta entrare a Palazzo di giustizia, prendere - dopo le solite, interminabili attese - uno degli ascensori che vanno al settimo piano, e lì infilarsi nel grande corridoio del Tribunale di sorveglianza, quello che si occupa del destino dei detenuti. Non ci si può sbagliare: è il corridoio dove sono ammassate, in grandi cataste scrupolosamente ordinate, le cartellette rosa.
Naturalmente esisterà una spiegazione per il fatto sconcertante che vicende così private siano esposte alla curiosità di chiunque. E la spiegazione è fin troppo ovvia: la mancanza di spazi, il tribunale che scoppia, che non sta più nella corazza di marmo costruita per lui settant’anni fa. Vengono costruiti sopralzi, pareti posticce, tratti di corridoio vengono trasformati in uffici. E quando le carte non stanno più negli armadi, finiscono in corridoio.
Così, eccole qui, le storie dei detenuti milanesi. Soprattutto dopo le quattro o le cinque di pomeriggio, quando gli impiegati delle cancellerie se ne vanno a casa, chiunque può passare delle ore a farsi una cultura sull’universo carcere. Ci sono storie di boss e di piccoli balordi, di vecchi, di donne, di ragazzi, di italiani e di stranieri. Tutti accomunati da un’esperienza: avere superato «le cinque porte», come le chiamano i veterani, i cinque cancelli che separano le celle di San Vittore dalla libertà.
C’è la storia di C.: aveva chiesto un permesso premio per uscire dal carcere, e se l’era visto respingere senza motivo: quando il suo ricorso venne discusso del tribunale gli dissero che aveva ragione, ma ormai non serviva più, perché nel frattempo aveva finito di scontare la pena ed era stato scarcerato. C’è la storia di A., che aveva chiesto uno sconto di pena per buona condotta, e anche lei se l’era visto concedere a tempo ormai scaduto, quando era uscita da San Vittore dopo aver scontato la pena per intero. C’è la storia di chi chiede un colloquio in più con la moglie, una semilibertà, il permesso di lavorare all’esterno. E altre centinaia e centinaia di microstorie. Ma quello che più dà fastidio è che per ognuno dei protagonisti, nella cartelletta rosa si possa leggere il reato commesso, la data di inizio della pena, la data della fine. Come se in un ospedale le cartelle cliniche con i guai di ogni paziente venissero parcheggiate in corsia, alla mercé di tutti.
I giudici di sorveglianza, d’altronde, lo dicono da tempo che tenere il passo è sempre più difficile: i detenuti aumentano, il personale cala, lo spazio è sempre lo stesso. Ma queste storie di sventura, esposte con cognome e nome al neon di un corridoio, fanno impressione lo stesso.