I FALSARI DELLA POVERTÀ

La povertà non è spuntata all’improvviso. La depressione di questi giorni, con il crollo della finanza globale e i vaghi segni di respiro, è la spia luminosa che avverte: grave pericolo. È il segnale che serve una svolta, bisogna ripensare tutto, scrivere qualcosa di nuovo dopo che il Novecento, politico, culturale ed economico, è crollato. La miseria italiana viene da lontano. È tanto che i vecchi, spesso soli, si arrabattono con una pensione da fame. È tanto che le imprese faticano, le tasse sono troppe, il debito ci strozza, il futuro non arriva. È tanto che il lavoro emigra in terre dove costa meno, Polonia, India o Romania. È tanto che vediamo nero.
C’è una generazione che si è ritrovata in faccia la precarietà, e non era preparata. Ormai viaggia velocemente verso i quaranta. È la prima generazione, racconterà la storia, più povera rispetto ai padri. È un welfare state vecchio, disegnato per un’altra era, che per proteggere tutti lascia nel fango, e un po’ più giù, chi ne ha davvero bisogno. È vero, in Italia i poveri stanno peggio rispetto alla Germania, la Svezia o l’Irlanda. È per questo che c’è bisogno di riforme vere, profonde, dolorose. Questo è un Paese che sopravvive e non ha il coraggio di cambiare. Troppi feudi. C’è una cultura politica e sindacale che legge in ogni mutamento un attentato, un tradimento. Difende il passato e uccide il futuro.
Quando la Caritas fa i suoi numeri nasconde un po’ tutto questo. Il rapporto, scritto dalla Fondazione Zancan, dice: ci sono 7,5 milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà. Hanno un reddito più basso dei 970,34 euro mensili che segna la fame senza speranza. Altri sette milioni e mezzo stanno appena più su, un passo misero oltre il confine. Roba di 50-100 euro, basta una multa, una spesa improvvisa, un piccolo colpo di malasorte e non ce la fai più. È l’Italia che non vede la quarta settimana. Quando va bene. Per più di qualcuno neppure la prima. La povertà esiste e chiudere gli occhi non serve.
Quello che a livello politico passa dei dati Caritas è, però, altro. I poveri, si legge in sottofondo, sono raddoppiati in un solo anno. È bastata una stagione, un lento inverno e un naufragio autunnale. È bastato un nome, un governo. E la povertà diventa l’ultima apocalisse. Veltroni, con la sua opposizione sdentata, su questi dati prova a giocarsi le sue carte: «Già oggi nelle famiglie italiane c’è una riduzione dei consumi, le piccole e medie imprese sono in difficoltà. Questa si chiama recessione, la bestia più brutta per un Paese. Bisogna aiutare la ripresa, non solo le banche». Tutto vero. Ma è vero anche che i dati Istat, su cui nasce la ricerca, sono del 2006. La povertà non l’ha inventata Berlusconi. C’era prima. E forse è perfino un po’ irritante ricordarsi adesso che in Italia esistono le piccole e medie imprese. Non solo le banche. Veltroni ogni tanto scopre l’America, questa volta tocca a Steinbeck, Dos Passos, Farrell, Algren. Benvenuto. Che si fa? Tutti in piazza e scioperi a raffica? Meraviglioso. Si danza sulle macerie.
Nessuno stupore: l’opposizione dovrebbe fare il suo mestiere. Quello che preoccupa è questa vocazione all’apocalisse. L’Italia è spacciata, nera, fosca, buia, senza redenzione. L’Italia di Berlusconi non può che essere razzista, fascista, superficiale, povera, di malaffare, violenta. L’Italia di Berlusconi deve incarnare tutti i mali del mondo. Non si evoca direttamente l’apocalisse, ma si spera che arrivi. Si prega un qualche Dio che maledica l’ultimo peccato degli italiani: aver votato in maggioranza dalla parte sbagliata. È la logica del tanto peggio, tanto meglio.
Questa crisi non è uno scherzo. Non è solo un affare di Borsa. Tocca l’economia vera, quella che quando sbanda licenzia. Quella che ci rende tutti più poveri e insicuri. Ma non è una sorpresa. Lo sapevamo. Lo stesso Berlusconi, in campagna elettorale, aveva parlato di lacrime e sangue. Ecco, ci siamo. C’è davvero da rimboccarsi le maniche. È necessario aprire una discussione, politica, su come riscrivere il welfare. L’epoca del posto fisso è tramontata. Può non piacere, ma è così. Forse questa crisi serve a qualcosa. Ci mette di fronte a una realtà che non possiamo più evitare: l’Italia è cambiata, serve una nuova mappa per navigare verso il futuro. L’apocalisse può attendere.
Vittorio Macioce