I giardini magici di Monet

Come vorremmo poter fare come lui. Chiuderci nel recinto magico di un hortus conclusus e trascorrere il tempo restante della vita perdendosi a guardare. I fiori, le luci, le ombre, le foglie, l’acqua, i riflessi. Eppure la lezione che ci viene dagli anni - più di trenta - che Claude Monet trascorse dipingendo il giardino creato a Giverny, va ben oltre l’idillio naturalistico, il sogno campestre che ognuno di noi si porta dentro. È uno sguardo diverso, anzi completamente nuovo sul mondo, sulla natura, sull’arte. Lui che Cézanne definiva con sufficienza soltanto «un occhio» era in realtà «l’occhio» che sapeva guardare oltre l’apparenza. Lo aveva ben compreso Georges Clemenceau, il geniale uomo politico francese che fu suo grande amico fino alla morte: «L’acciaio del vostro sguardo spezza la scorza delle apparenze, e voi penetrate la sostanza profonda per scomporla in raggi di luce che voi ricomponete con il pennello...». Del tutto inconsapevolmente il politico (che non era un critico d’arte né poteva prevedere il futuro), annunciava che Monet, il «padre dell’impressionismo», era in realtà colui che apriva le porte alla grande esperienza soggettiva e informale del Novecento. Per capire bene tutto ciò, occorre visitare con attenzione la mostra che si inaugura oggi a Palazzo Reale («Monet. Il tempo delle ninfee», a cura di Claudia Beltramo Ceppi, catalogo Giunti, fino al 27 settembre). Una rassegna non vasta ma concettualmente completa (venti grandi tele mai uscite così numerose dal Museo Marmottan Monet di Parigi) annunciata come la conseguenza della visitatissima mostra su Magritte, ma che in realtà si ricollega ad un’altra rassegna di Palazzo Reale, da poco conclusa e di intenso fascino anche se forse poco considerata dal pubblico, «Anima dell’acqua». Perché è l’acqua l’anima di un giardino ed è l’acqua l’anima del giardino di Giverny che Monet creò dal nulla, con grande fatica e in mezzo a mille difficoltà, ispirandosi ai «giardini d’acqua» giapponesi che ammirava nelle stampe di Hiroshige e di Hokusai di cui era appassionato e precoce collezionista (possedeva 276 stampe giapponesi, la prima l’acquistò a sedici anni). Ecco perché accanto alle tele di Monet, tra cui alcuni capolavori assoluti come la serie delle Ninfee e quella dedicata al Ponte giapponese, sono esposte cinquantatre incantevoli stampe dei grandi incisori del Sol Levante,, prestate dal Museo Guimet di Parigi. E - fatto ancora più singolare - in mostra è anche una serie di fotografie giapponesi scattate alla fine dell’Ottocento da fotografi occidentali e giapponesi. Scovate da Marco Fagioli, grande conoscitore della fotografia giapponese del XIX secolo e concesse da un collezionista che ha voluto rimanere anonimo, sono di struggente bellezza: ponti, stagni, giardini, fiori di ciliegio e poi pergolati di glicine che Monet ci restituisce nella meravigliosa, penultima tela della mostra, Glicini. Il Ponte giapponese non è dunque soltanto il ponticello sullo stagno che Monet dipinse sotto tutte le luci e in tutte le stagioni: è il ponte che egli lanciò idealmente fra l’Occidente e quell’Oriente estremo che tanta influenza avrebbe avuto sull’arte europea. E la sua pittura, pur fatta di una materia densa e corposa come il colore a olio, rende con levità «giapponese» la trasparenza dell’acqua, il liquefarsi delle figure e delle forme. Fino all’ultima opera esposta (che è anche l’ultima della sua vita): un tralcio di rose a cui aggiunse tocchi di vivido blu, tracciati direttamente sulla tela con il pollice. Ben prima di Pollock e del dripping.