I libri sono cari ma talvolta cambiarli è il male minore

La parola d’ordine è ridurre le spese scolastiche a carico delle famiglie. Intanto. Sì, perché l’ideale sarebbe ridurre il peso complessivo della scuola a carico della collettività. Meglio: ridurre il costo e aumentare l’efficienza, roba da bacchetta magica.
Buona, per cominciare, l’idea di fermare per cinque anni le adozioni dei libri di testo, onde non sottostare al gioco al rialzo degli editori e permettere agli allievi di usare i libri dei fratelli maggiori o comprarli usati. Ma c’è una controindicazione. Non è un mistero che i manuali di materie umanistiche (storia, filosofia, letteratura) sono fortissimamente influenzati dall’aria che tira, di volta in volta, nel Paese.
Al tempo dell’Unità, i ministri della Pubblica istruzione imposero alle scuole di ogni ordine e grado la visuale di Francesco De Sanctis, che leggeva tutta la storia come una inarrestabile marcia dei Lumi verso il Progresso (inteso alla Gran Ballo Excelsior), con l’Umanità che spezzava le «catene del dogma» e culminava nelle cannonate a Porta Pia. Nei manuali di filosofia Kant occupava uno spazio spropositato, mentre san Tommaso d’Aquino era a malapena nominato. In quelli di letteratura, infine, comparivano poeti e scrittori che, al loro tempo, nessuno leggeva e il cui unico merito era l’aver militato politicamente nella parte vincente. Il fascismo, poi, non aveva dovuto fare altro che lasciare le cose come stavano, limitandosi ad allungare di poco il traguardo dell’Umanità, in fondo al quale mise se stesso.
Nella successiva Repubblica, democristiani e comunisti si divisero la torta. I primi tennero l’Istruzione ma poco si curarono dei suoi contenuti, mentre i secondi, lungimiranti, si appropriarono del mondo della cultura. Così, quando la generazione nata nel dopoguerra giunse alla ribalta, fu il Sessantotto e da quel momento l’egemonia culturale fu della sinistra, marxista prima e relativista politicamente corretta (ma sempre totalitaria) poi. Tutto ciò, ovviamente, si è riversato nei testi scolastici, complice, anche, il fatto che nella scuola di stato ci erano finiti tutti i sessantottini che non erano riusciti a diventare giornalisti o registi.
E adesso lo scrivente parlerà per (dolorosa) esperienza personale: insegnante alle superiori, quando gli veniva assegnata una nuova classe il dilemma era se mantenere i testi già in adozione, e far risparmiare soldi alle famiglie, o cambiarli, e risparmiare agli studenti il lavaggio del cervello. Temo che finché gli editori non si renderanno conto che il vento è cambiato (e da un pezzo) e finché una nuova schiera di intellettuali non si deciderà a redigere testi scolastici diversamente orientati, saremo impanati nel dilemma di cui sopra. A meno che non ci si renda conto, finalmente, che la scuola deve essere libera e non più ingabbiata in quel baraccone napoleonico statale, costosissimo e produttore di ignoranza, che ormai siamo i soli, tra tutte le nazioni occidentali, a tenere in piedi.
Com’è noto, il 97% del bilancio del ministero se ne va in stipendi. Per forza: gli insegnanti sono quasi tutti laureati. E da laureati li si paga. Ma poco, perché sono tantissimi; da qui la loro frustrazione. Il resto è zavorra burocratica, come in tutte le cose centralizzate. Meglio sarebbe, per lo Stato, disfarsi dell’intero settore e lasciarlo alla libera concorrenza, limitandosi alla supervisione. Qui, davvero, ci sarebbe da guardare ciò che avviene nei «Paesi più avanzati». Purtroppo, è proprio qui che le resistenze degli statalisti (presenti, ahimè, anche a destra) sono da coltello tra i denti.