Per i nostri sondaggi sono un problema invece vi assicuro che sono una risorsa

Non c’è nulla di peggio delle balle sul multiculturalismo per alimentare un pregiudizio sui nostri immigrati. Il sondaggio del Giornale, il caso della «musica infedele», dimostrano come gli immigrati siano ancora vissuti (...)
(...) da una maggioranza degli italiani come un problema e talvolta a buona ragione. La difesa dell’immigrazione non si può e non si deve fare solo sul piano «culturale». Si dovrebbe piuttosto insistere su quello molto più pragmatico del funzionamento del Paese: senza stranieri una bella fetta dell’Italia si blocca. Tom Wolfe, il signore che si è inventato la categoria dei radical chic, non a caso ci raccontò il fantastico fenomeno dei Mau Mau: le minoranze che se ne approfittano del senso di colpa dei ricchi occidentali. Ecco lasciamo perdere questo terreno di ipocrisie buoniste e andiamo su quello più solido dei numeri. L’immigrazione resta una risorsa per un Paese come l’Italia e non un problema. I dati (ahinoi) non sono così aggiornati e per la maggior parte si riferiscono ad un interessante studio fatto dall’Istat nel 2006. In Italia ci sono circa 3,4 milioni di immigrati, di cui la maggior parte (più di due milioni) al Nord. Questi signori in assoluta maggioranza non perdono affatto tempo e mentre la nostra popolazione invecchia, quella che importiamo ringiovanisce. Il loro tasso di attività (rapporto tra popolazione attiva e popolazione in età di lavoro) e i loro di tasso di occupazione sono di dieci punti percentuali superiore a quello degli italiani. Per farla semplice: gli stranieri che vengono da queste parti hanno comprensibilmente più desiderio e forza di lavorare di quanto accada in media agli italiani.
Per l’85 per cento lavorano con contratti da dipendente e per tre quarti sono operai o lavoratori non specializzati. Sono la base lavorativa della fabbrica Italia: il gradino basso delle retribuzioni e delle competenze. La metà degli stranieri lavora in piccole imprese, in aziende con meno di dieci dipendenti. Una percentuale doppia rispetto agli italiani: solo il 27 per cento degli italiani lavora in questo genere di imprese. Vi è infine una componente elevatissima di donne straniere che «sbarcano in Italia» per fornire assistenza alle famiglie. Quattro straniere su dieci sono infatti impiegate nei servizi alla famiglia.
L’esempio classico è ovviamente quello delle colf e delle badanti: solo il cinque per cento delle donne italiane è disponibile ad accettare un lavoro di questo tipo. Che facciamo senza straniere? E nella meccanica? Il 56 per cento degli stranieri prende uno stipendio da un’industria in senso stretto (dalle billette di Brescia alla componentistica del Veneto). Una squadra di contadini romeni raccoglie in una giornata lavorativa sui campi pugliesi circa 120 quintali di olive contro i circa 100 di una squadra di medesime dimensioni fatta da contadini, rari, locali. Che facciamo? Chiediamo agli agricoltori di mollare una manodopera non solo specializzata (in agricoltura) ma anche molto produttiva?
La lista potrebbe continuare all’infinito. E non vuole eccedere nel campo opposto. Gli italiani restano un popolo di geniali lavoratori e l’integrazione di questa massa di stranieri che hanno usi e costumi molto dissimili dai nostri non si realizza automaticamente. Cerchiamo solo di dire che conviene affrontare il problema in modo pragmatico e non ideologico. Sappiamo perfettamente ad esempio (dati Istat 2009) che su una popolazione carceraria di 58mila persone, ci sono la bellezza di 21mila detenuti stranieri: un numero favoloso, soprattutto se paragonato ad insiemi così diversi (60 milioni di italiani rispetto a 5-6 milioni di stranieri compresi i clandestini).
Cerchiamo dunque di mettere in fila qualche conclusione.
1. La grande maggioranza dei lavoratori stranieri è occupata e svolge più che diligentemente il proprio lavoro.
2. Vi è una componente di immigrazione clandestina e grigia che ha tassi di delinquenza dieci volte superiori agli italiani. È su questa fascia che si devono concentrare le attenzioni di ordine pubblico e non già sull’universo indistinto degli stranieri.
3. L’occupazione straniera nell’industria non è sostitutiva di quella italiana: in genere gli immigrati svolgono mestieri che gli italiani non hanno intenzione di fare.
4. Senza questa componente una parte della piccola impresa italiana farebbe fatica a sopravvivere. Per fare un paragone si può dire che gli italiani del sud hanno permesso la ricostruzione e la prosperità della grande impresa del Nord nel dopoguerra. E che oggi la piccola impresa utilizza un medesimo flusso migratorio, ma proveniente dall’estero, per mantenersi in vita.
5. Vi è una domanda crescente di servizi alle famiglie che gli italiani non vogliono fare e che rappresenta una forte componente di occupazione femminile straniera. In Italia ci sono delle giovani laureate che accettano loro malgrado 800 euro per lavorare in un call center, ma non 1000 per svolgere lavori domestici in casa di terzi.