«I nuovi progetti?

L’architetto francese non lesina critiche ai simboli della città del futuro

Originalità portata all’estremo - tanto che molto spesso la realizzazione dei suoi progetti rimane a metà perché gli amministratori non hanno il coraggio di portarli avanti - capacità di stupire e tecnologia le parole d’ordine dell’architetto parigino François Roche e del suo studio R&Sie(n) invitato dall’assessore alla sviluppo del territorio Carlo Masseroli per illustrare al pubblico il suo lavoro.
Ha visto i nuovi progetti che saranno realizzati a Milano? Cosa ne pensa?
«Non credo che ci siano progetti interessanti a Milano. È più interessante il fatto che mi sia perso in albergo che queste tre torri ridicole che state costruendo».
Si è acceso un dibattito sull’opportunità di costruire grattacieli...
«Il punto è che bisogna chiamare architetti delle nuove generazioni, che sappiano inventare, che facciano proposte diverse (e nessuno più di lui è nella posizione per affermarlo ndr) rispetto a questi vecchi sistemi di torri degli anni Cinquanta. Nessuno farà mai grattacieli belli come quelli di Johnson a Houston. Sì, quindi, ai grattacieli, ma che corrispondano a morfologie moderne».
Si dice che i grattacieli stridano con lo sviluppo orizzontale di Milano...
«I grattacieli sono motivati da un problema di densità. La città è negoziazione, significa vivere assieme all’interno della densità, avere servizi condivisi, rapporti di vicinato, in un protocollo di densificazione. Il problema, che abbiamo anche a Parigi, è che vengono chiamati solo vecchi architetti che producono modelli di cinquant’anni fa. Progettare non significa mettere uno sopra l’altro i piani, ci sono altri modelli possibili».
Pensa che Milano sia una città vivibile?
«Credo che tutte le città europee siano diventate dei musei, per una borghesia necrotizzata e credo che le persone che abitano nel centro di Milano siano come degli indiani in una riserva. Tutte le città europee, ormai, sono necrotizzate, sono musei congelati per corrispondere a un’autenticità turistica. Quindi se vogliamo che tornino a essere vive e palpitanti, bisognerà fare delle modifiche, senza distruggere, introdurre delle morfologie nuove che corrispondano alle trasformazioni attuali. Non possiamo lasciare che siano solo i paesi asiatici a fare ciò. Non possiamo cioè lasciare tutta la parte di novità e di modernità altrove, aspettando pullman di turisti giapponesi per offrire loro questi musei a cielo aperto».
Cosa consiglierebbe al sindaco?

«Di mettersi il cappello di guida museale e chiedere all’aeroporto soldi ai turisti oppure inventare novità che non siano quelle tre ridicole torri».
Per esempio?
«Sono contro questo sistema, ma per lottare bisogna consentire al sistema di migliorarsi e diventare più operativo nel suo autismo. Offrire a voi qualcosa vuol dire consentire al questo sistema di strumentalizzare la mia idea per non realizzarla mai».
Cosa consiglia a Milano?
«Rischiare con le novità, non è certo una novità la torre di Zaha Hadid. Per fare la differenza bisogna rischiare».
Cosa pensa della candidatura di Milano all’Expo?
«Le idee mi sembrano un po’ povere, il masterplan è povero, provinciale, non penso che con questo genere di cose si possa vincere la candidatura».
Il sindaco sta puntando tutto sulla candidatura...
«Ha ragione, l’Expo è un modo per raccogliere soldi, potenziale economico, infrastrutture, aiuti europei, con ripercussione anche a livello di immagine. Le esposizioni universali sono un potenziale fantastico. Gli Expo, però, devono reinventare la loro natura, sono troppo legati alle promozione esclusiva dei paesi, e non delle tecnologie dei paesi stessi. Il risultato è ci si ritrova con fondi privati che finanziano i padiglioni, che altro non sono che collezioni di edifici totalmente assurdi: la palla rossa, il quadrato blu, il triangolo giallo. È raro veramente, molto raro, vedere, negli Expo, edifici nuovi, che abbiano veramente un senso. Bisogna essere molto più ambiziosi e bisogna obbligare i paesi a essere innovativi».