I pensatori di Fini mettono il burqa alle donne in politica

FareFuturo, la fondazione del presidente della Camera, denuncia la "cooptazione" di "giovani signore di indubbia avvenenza". Intanto la politica resta "cosa da uomini". Bisogna giudicare le candidate per impegno e lavoro, non per l'aspetto fisico

No, il velinismo no. Se c’è un termine malamente neo coniato del quale non si sente il bisogno, è proprio questo, che piomba nel dibattito politico e tenta di sostituirsi alla questione vera, la partecipazione femminile piena e paritaria alla politica attiva, elettiva, istituzionale. Non ci sto, non ho nessuna intenzione di fingere che sia per colpa di una bella ragazza, di una faccia giovane, che i diritti delle donne in Italia non sono ancora garantiti appieno.

Il fatto. «Donne in politica: il “velinismo” non serve». Così Sofia Ventura, docente di scienze politiche all’università di Bologna, ha intitolato un editoriale apparso su Farefuturo Web Magazine, un giornale on-line della Fondazione presieduta dal presidente della Camera, Gianfranco Fini. La Ventura è persona preparata e competente, la prima parte dell’editoriale è sacrosanta. Quando dice che «accanto ai meccanismi di discriminazione che condizionano la presenza femminile in ogni ambito pubblico e lavorativo, ve ne sono altri, più prettamente politici, riconducibili alle “resistenze” opposte dagli insider, che in quasi tutti i Paesi europei, fatta eccezione per le democrazie scandinave, sono in larga misura maschi. Resistenze che potranno essere più o meno efficaci a seconda dei meccanismi di cooptazione e di scelta dei rappresentanti che operano all’interno del sistema politico», dice certamente il vero. È innegabile che «se si guarda alla partecipazione agli esecutivi, l’Italia, insieme con Grecia e Portogallo, fa una ben magra figura anche rispetto a Francia e Regno Unito e soprattutto conferma la tradizione di attribuire alle poche donne ministro ministeri di scarsa rilevanza, solitamente senza portafoglio, oppure ministeri tradizionalmente “femminili”, come l’Istruzione. Donne a capo di ministeri come quelli degli Interni, dell’Economia, del Lavoro, della Difesa, sono una realtà in Paesi geograficamente e culturalmente vicini a noi come la Francia e la Spagna, ma solo un’illusione in Italia, dove naturalmente non è nemmeno pensabile avere una donna a Palazzo Chigi». Il nostro problema, la nostra inadeguatezza sono a mio parere autentici e dolorosi, le battaglie che abbiamo fatto dall’inizio del secolo per introdurre dei meccanismi correttivi e in qualche modo obbligatori, insomma le famigerate quote rosa, sono fallite, e non ve n’è traccia nell’agenda politica, quasi ad affermare che se le donne, cioè metà dei cittadini abbondante, non ci sono, è perché o non vogliono o non sono capaci. È una ferita profonda.

Poi l’articolo cambia percorso e senso, per denunciare una «specificità tutta nostrana», ovvero «la cooptazione di giovani, talvolta giovanissime, signore di indubbia avvenenza ma con un background che difficilmente può giustificare la loro presenza in un’assemblea elettiva come la Camera dei deputati o anche in ruoli di maggiore responsabilità». Con chi ce l’ha Sofia Ventura e, si suppone, nonostante alcune parziali dissociazioni di Gianfranco Fini, la fondazione legata ad Alleanza nazionale? Con Mara Carfagna, che proprio ieri si è sentita recapitare i complimenti del capo dell’opposizione, Dario Franceschini, per le sue opinioni sempre approfondite? Con persone come Michela Brambilla o Gabriella Carlucci, le cui capacità, al di là di facili caricature, alleati e avversari apprezzano? Forse è un attacco preciso ai nomi delle possibili candidate del Pdl alle prossime elezioni europee. Nei giorni scorsi, infatti, si è saputo che potrebbero essere inserite in lista per un posto a Bruxelles Angela Sozio, ex partecipante alla terza edizione del Grande Fratello, Barbara Matera, attrice in «Carabinieri», Camilla Ferranti, ex tronista di «Uomini e donne», ed Eleonora Gaggioli, attrice di fiction televisive.

Non ne so niente, non conosco né il criterio di scelta né la determinazione e la volontà di imparare delle possibili candidate. Potrei anche essere infastidita dalla facile trasmigrazione dal piccolo schermo e dalle tante brutte trasmissioni ai Parlamenti, ma non intendo farmi prendere e guidare dal pregiudizio. Anche perché alle facce popolari prestate alla politica siamo o dovremmo essere abituati da decenni, dai tempi di Cicciolina a quelli più recenti di Lilli Gruber e di Michele Santoro, di Franca Rame, ora di David Sassoli, e via spettacolando. Siamo afflitti da magistrati massicciamente in politica, da medici e da avvocati, senza che nessuna di queste competenze rispettabilissime fornisca la garanzia della capacità di lavoro politico. Non la fornisce perché non c’è, a meno di voler tornare, Dio ci liberi, ai grigi e uggiosi funzionari di partito, che prima straripavano, oggi un po’ meno. L’articolo di Farefuturo si conclude con un ammonimento: «Le donne non sono gingilli da utilizzare come specchietti per le allodole, non sono nemmeno fragili esserini bisognosi di protezione e promozione da parte di generosi e paterni signori maschi, le donne sono, banalmente, persone». Credo fermamente che sia così, perciò non nego a nessuna donna la qualità di persona, per giovane, avvenente e forse scelta per caso che sia. L’aspetto invece al varco per giudicarne impegno e lavoro, suoi come del giornalista tv conduttore rampante di notizie scritte da altri, o del pubblico ministero moralizzatore un tanto al chilo.