I radicali spaccano il Pd La Bindi perde le staffe: "Sono degli stronzi..."

I Radicali entrano in aula alla prima chiama contravvenendo alle indicazioni del Partito Democratico e scatta la caccia al deputato. Bindi: "Sono stronzi". Granata: "Fanno pena"

Camera dei Deputati, aperta la stagione di caccia al radicale. La pattuglia pannelliana è stata determinante affinché il governo ottenesse la fiducia in Aula? Per qualcuno sì, per altri no. Ma fa lo stesso, nel dubbio meglio colpire. Quando le cose vanno male un capro espiatorio lo si deve comunque trovare, altrimenti si rischia di fare autocritica. E questa volta tocca ai seguaci di Marco Pannella ed Emma Bonino. La tensione alla Camera si tagliava coltello. Incontri, trattative e commenti a caldo, quari roventi. Poi scoppia il parapiglia: "I radicali sono entrati in aula" gridano i deputati dell'opposizione che fanno capannello in Transatlantico. La sinistra perde le staffe: volano urla e insulti anche pesanti. La più arrabbiata è Rosy Bindi, presidente del Partito Democratico, che sbotta: "Quando gli stronzi sono stronzi galleggiano senz’acqua". La colpa dei radicali? Non essere entrati in aula al segnale del generale Bindi. Così i radicali "liberi" hanno fatto scattare l'intolleranza di tutti quelli che speravano che fosse la volta buona per dare una spallata al Cavaliere. Fabio Granata, di Futuro e Libertà, ci va più leggero (per modo di dire): "Che pena i radicali! Avessero almeno chiesto l’amnistia! Ma per un tozzo di pane o una radio non si può". Antonio Di Pietro invece, prima della votazione finale, salmodiava sui numeri della maggioranza: "Il governo non ce la fa, nel senso che non c’è più una maggioranza politica, ma solo numerica, dovuta al fatto che i radicali hanno cercato la loro visibilità". L'ex pm non ha funzionato neppure come veggente. E c'è stato uno scambio di battute al vetriolo anche tra la Melandri e Nannicini e i deputati Radicali Farina Coscioni, Turco e Beltrandi.

Poi Franceschini ha suonato il gong: fine del round, tutti giù dal ring. I radicali non c'entrano un accidenti: "Non sono stati determinanti". Il capogruppo dei Democratici alla Camera spiega, pallottoliere alla mano, che al termine della prima chiama i votanti erano 322, di cui 315 sì (voti di maggioranza) e 7 no (cinque radicali e due Autonomie). Dunque il numero di 315, necessario per far scattare il numero legale, era già stato raggiunto prima dell’ingresso in aula dei radicali. Questa la teoria di Franceschini. Epperò ci sarebbe una strategia molto più sottile. I radicali sembrano essere stati determinanti per la tenuta del numero legale durante il voto di fiducia al governo creando una sorta di "effetto traino" per quota 315. Il primo deputato radicale che ha votato è stato Marco Beltrandi, per 298/o. Dopo di lui ci sono stati gli altri voti radicali e 14 della maggioranza. Insomma il calcolo è complesso, ma per sicurezza la sinistra se la prende coi radicali.