Con i rom non serve il buonismo

Grande dibattito a Milano sui Rom, di questi tempi. Per la precisione, l'attenzione è concentrata su un gruppo ristretto di famiglie rimaste senza dimora dopo lo sgombero di un campo abusivo. A Milano di campi illegali ne esistono ben 30, che si aggiungono agli 9 regolari. Gran dibattito, dunque, ma limitato alla ricerca di un tetto, cui sarebbe legata anche la famosa «integrazione». Come se importasse poco sapere di che cosa campano queste donne e uomini (lavorano? Se sì, che cosa fanno e quanto guadagnano? Con che cosa mantengono la famiglia? I bambini vanno a scuola? Vengono lavati e vestiti?), se hanno veri permessi di soggiorno o solo cedolini scaduti e gravidanze «salva-espulsione», che cosa vogliono veramente dal paese che li ospita. E ancora: sono nomadi o stanziali? Sono disposti a pagare per la sosta nei campi?
Mentre aleggiano questi e altri problemi di cui pare si parli poco nei famosi «tavoli» istituzionali, un interessante dibattito si sta sviluppando sulle pagine del quotidiano «politically correct», La Repubblica, i cui lettori, che si dichiarano «di sinistra e non razzisti» (e hanno ragione) argomentano saggiamente le difficoltà create da questi ospiti. Che un tempo, molto lontano, commerciavano cavalli e costruivano oggetti di rame.
Le lettere arrivano a Corrado Augias ma anche, in sede milanese, a Michele Dalai. Da Ilaria Volpi di Pisa, ad Agnese Claut di Trieste a S. Ciaramita, Ferdinando Mazzei e la milanese Valentina, è un coro. Il coro dice pressappoco: sto diventando razzista se dico che questi rom non vogliono essere integrati, che trasformano in pattumiera qualunque luogo tu offra loro, che rubano e rapinano (mandando avanti donne gravide e minorenni, spesso bambini piccoli), che infrangono qualunque regola? E dunque, ci si chiede, «perché i rom possono fare ciò che vogliono?»
Bella domanda. Cui siamo sicuri che, destra o sinistra, abbiano ancora voglia di rispondere in modo politicamente corretto?
*Assessore ai Servizi sociali del Comune di Milano