I sette uomini d’oro e il colpo di via Osoppo

Ugo Ciappina è un pignolo e un riflessivo. Ma anche testardo. Tanto che alla fine riesce a far entrare nella zucca di Luciano de Maria che il colpo al furgone della banca va fatto il 27 del mese. «Il 27 è San Paganini, o ciùla, e portano lo stipendio per tutti i dipendenti». Gli appostamenti erano già stati effettuati nei giorni antecedenti, ma uno della banda, «Nando il terrone», ingannato dal colore simile, aveva seguito il furgone della Centrale del latte anziché il portavalori della Banca Popolare di Milano, che tre volte la settimana rifornisce le filiali di danaro contante, inclusa quella di via Osoppo. Tutti, ad esclusione del Ciappina che fingerà di fare anticamera da un dentista per l'alibi, dovranno indossare una tuta blu da operaio: il toni, per dirlo alla milanese. L'abbigliamento consentirà loro di confondersi fra i passanti di una metropoli in quegli anni densa di opifici e centri manifatturieri. E' il 27 febbraio 1958, e l'appuntamento viene fissato per le 9 di mattino in via Caccialepori angolo via Osoppo. Ma quel giorno uno dei complici è in anticipo e pensa di smorzare il languorino allo stomaco con un panino al formaggio. Così acquista una tipica michetta e se la fa riempire di taleggio nella vicina salumeria di Alberto Princetti. Nel frattempo, sul furgone della Banca Popolare, un vecchio modello Fiat, siedono tre persone: l'autista, l'agente di polizia Matteo Tedesco e un funzionario della Banca Popolare. Alle 9.30, puntuale, il furgone portavalori accede in via Osoppo per raggiungere la filiale. D'un tratto il mezzo è superato in velocità da una Fiat 1400 che prima gli si mette davanti e poi comincia a zigzagare pericolosamente. «Ma quel lì l'è matt» si lascia scappare l'autista del furgone. El matt esegue una rocambolesca curva a sinistra, attraversa a tutta birra il manto erboso dello spartitraffico e va a schiantarsi vicino al numero 7 di via Osoppo. Come un atleta, il guidatore molla l'auto e scompare alla vista dei passanti che, attratti dal botto, si raccolgono incuriositi attorno all'auto. All'autista del furgone viene spontaneo rallentare e guardare l'accaduto. Non si avvede così di un camioncino OM «Leoncino» che, in contromano, lo centra frontalmente. Altro schianto. I passanti sono frastornati. Due incidenti quasi in contemporanea? Dal camioncino OM scende un autista in tuta blu che con male parole si avventa sull'autista del furgone portavalori. Il poliziotto tenta di intervenire, ma sul vetro accanto a lui (o sulla testa? Non si scoprirà mai) piomba un martello che manda in frantumi il cristallo. Nel mentre, altre tre «tute blu» con passamontagna, uno dei quali impugnando un mitra, svuotano il furgone della banca e caricano in poche decine di secondi il bottino su un altro automezzo. Verso la gente che assiste inebetita e confusa, un bandito brandeggia il mitra e con la voce emette un secco «bang bang». Poi il furgone dei banditi si dilegua. E' seguito da una Giulietta Sprint dalla quale esce una mano che schernisce la folla con un gesto di saluto. La rapina, modello gangster americani ma avvenuta senza il minimo spargimento di sangue, ha una eco vastissima sulla stampa e sulla televisione nazionale. Tagliente come al solito, Indro Montanelli dal Corriere della Sera loda la «stupefacente organizzazione in un Paese che, di suo, è normalmente disorganizzato». Il colpo ha fruttato complessivamente seicento milioni di lire in contanti (circa sei milioni di attuali euro). Il capo della Mobile Paolo Zamparelli e il vice Mario Nardone, si buttano ventre a terra nelle indagini e interrogano i testimoni, compreso il salumiere Princetti, che consentirà di realizzare un primo «ritratto parlante» (oggi si chiama identikit). Milano è setacciata quartiere per quartiere. Giorni dopo, tra via Giambellino e via Lorenteggio vengono trovati gli assegni circolari e le azioni di cui i banditi si erano liberati. La settimana successiva l'Olona, in secca per consentire i lavori di interramento del fiume, rivela una sorpresa: un sacco di tela ben gonfio contiene sette tute blu, passamontagna, un caricatore e alcune munizioni. Sulle tute appare chiaro il nome di un fabbricante nei pressi di Piacenza. E qui cominciano i guai per quelli che la cronaca definirà i «sette uomini d'oro». Esaminata l'auto schiantatasi in via Osoppo, si è potuto risalire al meccanico che ci aveva lavorato sopra. Il quale, ovviamente, non si fa pregare per dire a chi l'aveva consegnata. Nel frattempo i banditi, euforici, scialano danaro in champagne, donnine e piste di sci. Insomma, la bella vita. Proprio a Cervinia, due tipi sospetti spendono e spandono, ma sono tenuti d'occhio dai carabinieri. Si tratta del De Maria e di «Nando il Terrone» (Ferdinando Russo) i quali, con una polizia che non ha le mani vellutate di oggi, cantano a tutto spiano, senza farsi pregare. Come in un effetto domino, cadono in gattabuia anche Ermenegildo Rossi, «il gregario» che custodiva le armi in via Plinio, Arnaldo Gesmundo detto «Jess il bandito», Arnaldo Bolognini e Ugo Ciappina. Mancano all'appello Enrico Cesaroni il «droghiere», che si è rifugiato a Caracas in Venezuela ma verrà incastrato dopo qualche mese per aver spedito una cartolina; infine Eros Castiglioni, detto «il play boy», sparito anch'egli all'estero con l'amante Giuliana Daccò. Un paio d'anni di godimenti e poi vedrà anche lui il sole a scacchi. Davanti ai giudici, tutti si beccano fra gli otto e i vent’anni di galera. Dal colpo di via Osoppo scaturiranno film, brani messi in musica, memoriali e pubblicistica, facendolo divenire un classico da incastonare nella storia della vecchia mala meneghina. Quella che lavorava nella scighera (nebbia), che aveva un suo codice d'onore e che non spargeva sangue. Roba da sentirne la mancanza…