I Sikh, l’anima delle campagne lombarde

Si alzano quando è ancora notte fonda per svegliare la mandria: puliscono, mungono e riportano le vacche in stalla, tutti i santi giorni, domenica esclusa, perché il settimo è dedicato al riposo e alla preghiera anche per chi proviene dal Punjab. Ciclicamente si parla di loro ma poi, visto che non combinano guai, non fanno più notizia (per la serie, good news, no news).
Sono gli «allevatori con il turbante», i leggendari indiani del Nord dalle lunghe barbe folte, stakanovisti nei nostri allevamenti e nelle nostre cascine. Sono concentrati nelle valli cremonesi, mantovane, bresciane e reggiane: qui li chiamano «gli indiani della Bassa» o «gli immigrati lungo il Po», pilastri del nostro agroalimentare, pronti a svolgere i lavori che sempre meno italiani sono disposti a fare: è faticoso, puzza, si è esposti alle intemperie e gli orari sono impossibili. Non a caso la domanda di manodopera è alta.
La maggior parte proviene dall’India, soprattutto dal Punjab. La parola sikh deriva dal sanscrito, significa «discepolo» o «allievo» (o dal dialetto indoeuropeo pali, sikkha) e indica i praticanti di una religione, la quinta nel mondo, con oltre 23 milioni di seguaci, che si sviluppò all'interno del conflitto tra la dottrina dell’induismo e dell’islamismo (Fonte: Wikipedia). I primi flussi dei sikh nella nostra regione risalgono alla fine degli anni Novanta. Si sono integrati senza particolari problemi (sgobboni come sono, qualcuno li ha paragonati ai lumbard), hanno trasferito moglie e messo al mondo figli, prendendo il posto dei «bergamini», i vecchi mungitori.
Alla città preferiscono i piccoli centri, dove tendono a ricostruire il nucleo originario. La loro religione è pacifica e solidale nei confronti dei bisognosi e finora non ha mai dato noia a nessuno, tanto che in zona li chiamano «turbanti che non turbano». Alcuni si sono arricchiti; altri hanno rilevato l’azienda dove lavoravano, altri ancora si sono buttati nel piccolo commercio e nei servizi.