I sogni narcisisti di una città illusa

L’analisi di Gustavo Pietropolli Charmet docente alla Bicocca

G ustavo Pietropolli Charmet, nato a Venezia nel 1938, vive a Milano da quarant’anni, è stato primario di servizi psichiatrici e docente di psicologia all’Università Bicocca, presiede attualmente l’Istituto Minotauro per la prevenzione del disagio psicologico e dirige per la Franco Angeli un’importante collana dedicata alle problematiche adolescenziali. Tra i suoi saggi: Non è colpa delle mamme. Adolescenti difficili e responsabilità materna (Mondadori), Padre quotidiano. La cultura affettiva in un percorso terapeutico (Bollati Boringhieri), I nuovi adolescenti. Padri e madri di fronte a una sfida (Raffaello Cortina). Un campo di studio, come si vede, che privilegia un’età - quella tra il non riconoscersi più come bambini e il non essere ancora riconosciuti come adulti - che sta interessando tanto le famiglie quanto le politiche sociali.
Infine, Gustavo Pietropolli Charmet non ama prendere gli argomenti alla lontana. Quando gli chiediamo cosa rivelerebbe la città di Milano stendendosi sul lettino dell’analista, la diagnosi arriva immediata, quasi brutale, e con parole scientificamente precise:
«Penso che Milano potrebbe produrre un’associazione di sogni e una gragnuola di sintomi che configurerebbero il quadro clinico di una depressione narcisista».
Può spiegarci meglio?
«Questa città è stata illusa. Sul lettino di Freud, narrerebbe di un vissuto nutrito di fantasie di bellezza e di onnipotenza, e di come si sia trovata a un certo punto a fare i conti con una realtà dura, a tratti umiliante, che ha prodotto un rabbioso mugugno. Non certo per la perdita di uno splendore perlopiù sognato».
Da dove parte tutto ciò?
«C’è stata a un certo punto a Milano un’espansione della borghesia e della politica che ha amplificato il mito di una grande città europea. Ma poi è arrivata la realtà. La dolorosa consapevolezza da cui Milano non si è ancora ripresa. Le città che soffrono così o vogliono scomparire, essere rase al suolo dai barbari, oppure vogliono vendicarsi, puntando verso il cielo con gesti imperialisti fatti di grattacieli storti».
Eppure lei ha voluto e cercato Milano nella sua vita...
«Sì. Per me sarebbe stato intollerabile non trovarmi nel luogo dove accadevano le cose che per me erano importanti, al di là della carriera o dei soldi. Quarant’anni orsono Milano era davvero il cuore di discussione di tutti i problemi: c’erano le università, le case editrici, il primo centro italiano di psicanalisi. Qui Cesare Musatti insegnava e scriveva».
E poi?
«Non tutti i bambini prodigio diventano geni. Molti si trasformano in fannulloni, in individui eccentrici e bizzarri. Pochi mantengono le promesse. A Milano occorre ridimensionare i propri obiettivi, mettendoseli a portata di mano. Non siamo una grande metropoli europea, ma possiamo diventare una buona città. Nei prossimi anni dobbiamo cercare una strada che riesca a concretizzare soprattutto questa opportunità reale. E non cercare di inseguire, di nuovo, un sogno».
Insiste molto su questo...
«Ne vedo i pericoli. Quando Milano ha dovuto rinunciare all’antico sogno di potenza - l’industria pesante degli altiforni, per esempio - non ha saputo fare altro che inseguire un sogno ancora più inconsistente: quello di diventare la capitale della moda. Cioè di produrre il niente avvolto in stoffa».
Eppure, Milano, la moda... L’economia e la fama generate dalla moda...
«Chieda a coloro che arrivano alla Malpensa da Madrid, da Barcellona, da Vienna. Hanno la sensazione di essere stati illusi di essere nati in una capitale europea. Non faccio un discorso economico o culturale, ma psicologico. Nel vissuto dei milanesi c’è questa fantasia, con tutte le conseguenze che si porta dietro».
L’architettura, il paesaggio urbano della città, la convincono?
«Quella in corso Vittorio Emanuele o via Dante è una mortificazione della passeggiata. Chi vagabonda più, pensoso, per le strade milanesi, come si potrebbe fare a Lisbona? Rimangono i parchi, piccolissimi rispetto a Parigi o Berlino, pur tuttavia belli. Ma l’unicità di Milano, che notano tutti gli stranieri, sono le case colorate. Né a Londra né a Vienna ci sono case dipinte, arancioni, gialle, rosse. Ma anche su questo Milano subisce la concorrenza degli ottimi restauri di alcuni centri storici del nord fatti negli ultimi anni».
Milano e la solitudine. E chi cerca di sfuggirvi. Un tema all’ordine del giorno.
«Il rischio dell’isolamento è reale. Famiglie mononucleari, single in aumento... A fronte di tutto questo, mi colpisce la diffusione di pratiche che enfatizzano il momento dell’incontro. Eppure il divertimento a Milano si riduce a stare in un luogo e a bere in compagnia. Ma cosa succede lì, in realtà? Niente. Non serve alla formazione di una coppia, ognuno si alza a mezzanotte o all’una e va a casa da solo. Il divertimento diventa un antidoto alla depressione narcisista di cui dicevo».