I «successi» di una scuola da bocciare

Il raddoppio delle bocciature agli esami di maturità, dal 3,3 per cento dell'anno scorso al 6,6 di questi giorni, è un buon segnale. Una maggiore severità servirà di stimolo, se non altro, ai maturandi dell'anno prossimo. Ma il risultato non deve essere motivo di particolare soddisfazione, perché è prima di tutto il segno del fallimento di un intero sistema scolastico, non del suo successo. E poi è un tentativo di risolvere il problema prendendolo per la coda anziché affrontarlo di petto. Infatti è legittimo credere che i bocciati siano, quasi per intero, quegli infelici ragazzi che un egualitarismo malamente e ideologicamente inteso vuole a tutti i costi mandare a scuola fino a 18 anni.
Il diritto di tutti allo studio è sacro e va difeso in ogni modo, ma non può prescindere dall'umanissima e concreta considerazione che non tutti sono portati a studiare. Molti ragazzi vengono forzati alla rincorsa di un diploma spesso tanto inutile da dover essere seguito da studi universitari. Se invece della moltiplicazione dei licei si procedesse a un aumento degli istituti professionali - che insegnino davvero un mestiere, come per esempio gli istituti alberghieri - avremmo meno disadattati nelle nostre scuole. E meno bocciati: che dovrebbe essere il vero scopo degli esami di maturità; anzi, in una scuola ben funzionante gli esami di maturità dovrebbero essere addirittura aboliti in quanto inutili, e il ricorso alle commissioni esterne è un modo di chiudere le stalle a buoi già fuggiti, ovvero a asini già formati.
Bocciare è l'extrema ratio di una scuola incapace di insegnare, e in questo senso dico che si vuole risolvere il problema prendendolo per la coda, perché il guasto è più spesso nei docenti che nei discenti. Il nostro corpo insegnante è in buona parte mal preparato, peggio retribuito, demotivato e senza alcun incentivo a migliorare, perché non gli vengono riconosciuti né il merito né l'infamia. Nessuno giudica i giudicanti, ecco il nodo della questione. È ormai celebre il caso del signor M., un insegnante protetto a partire dal nome, che ha realizzato punte di assenteismo fino al 72 per cento e che - invece di essere licenziato - viene spostato da una scuola all'altra, a fare danni sempre nuovi. Si tratta di un esempio eclatante per impudicizia, ma è lecito credere che ci siano molti signori M., presenti soltanto fisicamente in classe. Anche in questo caso si è preso il problema per la coda, premiando con una segnalazione i 3000 maturandi che hanno ottenuto la lode: giusto. Perché, però, non premiare anche gli insegnanti bravi? Per paradosso, l'unico sistema di avanzamento che abbia un docente liceale è diventare preside, ovvero lo si toglie dall'insegnamento.
C'è poi il problema della formazione del corpo docente e di un'università diventata un grande liceo anche a causa dell'insipienza dei licei. Università affollatissime e con professori a loro volta demotivati, mal pagati e peggio preparati. Lauree triennali perché tutti «devono» laurearsi, magari con l'aiuto di istituti privati para-universitari i quali si pubblicizzano con la quantità di esami che possono far dare in un anno piuttosto che con la qualità della preparazione.
In definitiva il classismo - che si voleva eliminare dando un diploma e una laurea a tutti - si perpetua, perché chi può manda i figli a studiare in scuole straniere o private, fin dalle elementari. È ora che la scuola bocci se stessa.
Giordano Bruno Guerri
www.giordanobrunoguerri.it