I tagli sono urgenti. Gli investimenti anche

Non possiamo continuare a ripetere che potremmo andare peggio e che
tutto sommato l’economia nel nostro Paese ha retto bene. Intendiamoci:
guardando quello che sta accadendo ad altri Paesi possiamo ritenerci
come quelli che stanno sulla collina mentre la pianura è invasa
dall’alluvione. Però non basta

Non possiamo continuare a ripetere che potremmo andare peggio e che tutto sommato l’economia nel nostro Paese ha retto bene. Intendiamoci: guardando quello che sta accadendo ad altri Paesi possiamo ritenerci come quelli che stanno sulla collina mentre la pianura è invasa dall’alluvione. Però non basta, ha ragione Vittorio Feltri quando sostiene che è ora di tagliare la spesa pubblica per far ripartire l’economia e la crescita economica italiana. Non possiamo più aspettare. Si potrebbe pensare il Giornale non sia d’accordo con la politica del rigore di Tremonti, ma non è così. Se l’economia di questo Paese va nonostante il braccio corto del nostro ministro dell’Economia, cosa vorrà dire?

Se un Paese come il nostro, abituato per decenni a reggersi in piedi perché i soldi che circolavano erano quelli che lo Stato metteva nelle tasche dei cittadini, cosa vuol dire se ha retto anche senza quei soldi? Vuol dire una cosa molto semplice: l’Italia si regge perché gli italiani sanno fare a meno dei regali dello Stato, sanno rimboccarsi le maniche, inventare più degli altri, sprigionare tutta la loro capacità di adattarsi alle nuove situazioni superando ostacoli che neanche avevano mai immaginato. Ma se fanno questo in queste condizioni, con un minimo in più di spinta o, meglio, con un po’ meno di bastoni tra le ruote cosa potrebbero fare? La crescita potrebbe riprendere considerevolmente perché sarebbe come liberare una specie di enorme molla compressa che è l’immagine più fedele della nostra economia. Se preferite pensate ad una bottiglia tappata e agitata ben bene.

L’economia italiana è così: ha una potenzialità inespressa che in pochi riescono a immaginare. Ha una vitalità inespressa che ci permetterebbe di fare un salto di crescita del Pil che meraviglierebbe molti italiani e spaventerebbe molti non italiani. Per stappare questa bottiglia o liberare questa enorme molla occorre diminuire la spesa. Ma qui c’è un problema grosso. Gli italiani, presumibilmente, capirebbero e accetterebbero. Ma c’è, appunto, un grosso ma. Occorre, perché altrimenti non ci credono più neanche i parenti stretti di Berlusconi e Tremonti indicare con esattezza quanto si vuole tagliare, dove si vuole tagliare, perché, e impegnarsi a rendere pubblica e obbligatoria la destinazione di questi soldi degli italiani.

Non si fida più nessuno, se non si fa così. E chi non si fida ha ragione da vendere. Troppe volte sono stati promessi benefici ai cittadini (che non ci sono stati) in cambio di tagli (che non ci sono stati). Troppe volte si sono chiesti sacrifici senza indicare i benefici che ne sarebbero derivati per tutti o, almeno, per alcune categorie di cittadini. Può essere un’idea quella di fare un taglio della spesa pensionistica per incrementare la spesa relativa agli ammortizzatori sociali. Può essere un’idea come ce ne possono essere altre. Ma quello che conta è dire le cose con chiarezza. Luigi Einaudi si consumò in questo modo di procedere. Poi per tanti anni è calato il silenzio. Oggi ci sono le condizioni di consenso e di stabilità governativa per farlo. Gli italiani hanno dimostrato in varie occasioni di capire più di quanto si supponesse. Basta che qualcuno si spieghi. Soprattutto quando ci sono di mezzo i quattrini