I veri disonesti della politica

L’Onestà politica, diceva Benedetto Croce, non è altro che la capacità politica. Se dovete sottoporvi a un’operazione chirurgica, questo è l’esempio che faceva don Benedetto, cercherete un onest’uomo, morigerato e buon padre di famiglia, oppure un medico chirurgo famoso, onesto e disonesto che sia, fornito di occhio clinico e di abilità operatoria, che non rovina o assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni? Basta leggere le telefonate intercettate durante la tentata scalata dell’Unipol alla Bnl per accorgersi che il pur abile Consorte si era rivolto ai politici sbagliati.

Fassino, come giustamente sottolinea Latorre, non capisce assolutamente niente dell’operazione e non sa che dire ai banchieri che incontra e inutilmente chiede consiglio allo stesso Latorre che lo critica. Quasi si meraviglia, quando sembra che l’operazione si concluda positivamente: veramente, abbiamo una banca! E ancora non ha capito che l’operazione è fallita e che sono rimasti con un pugno di mosche. Latorre non sa che dire a Consorte che, nel momento più difficile, cerca disperatamente i soldi che gli mancano per concludere: ti faccio io una fideiussione, scherza Latorre, e Consorte lo manda a quel paese: ma se non hai una lira, sbotta.
Lo stesso D’Alema non sa fare di meglio che esibire il suo irritante e tradizionale sarcasmo: «facci sognare», dice a Consorte, e sembra piuttosto che stia a sfotterlo, e gli dice «vai», e si capisce che non gli ha dato nessun aiuto concreto, e nemmeno un consiglio utile per farlo andare...

Infatti, Consorte non è andato da nessuna parte, se non sotto processo, e questa è la vera, unica «disonestà», la mancata capacità politica a gestire e a mandare a buon fine l’operazione, un’operazione che, se condotta politicamente in maniera capace, era più che legittima: perché anche le cooperative non potevano avere una banca? E perché i Ds, attraverso le cooperative, non potevano avere una banca «amica»? Questo vale anche per la vexata quaestio delle intercettazioni telefoniche e dell’uso politico che se ne fa, ultimo capitolo dell’uso politico della giustizia, con cui è stata liquidata la prima Repubblica e si tenta ora di liquidare la seconda.
Con chi ce la vogliamo pigliare? Certo, è giusto rinfacciare a D’Alema, sputtanato e anche beffeggiato dalla signora Forleo (non è nemmeno più necessario un intero pool di magistrati, ora basta la Forleo e persino un Woodcock), la complicità d’antan con il pool di Mani Pulite e con i professionisti dell’antimafia (e scende in campo per difenderlo dai magistrati nientemeno che Luciano Violante).

Ma tutti gli altri, che hanno fatto? E noi compresi, che abbiamo fatto? I deputati e i senatori dell’agonizzante prima Repubblica, invece di reagire e di difendersi, si sono tolti l’immunità con le loro mani e con i loro voti, hanno votato per far processare Giulio Andreotti per mafia e hanno abbandonato Bettino Craxi al suo infame destino: altrimenti, piagnucolava l’allora segretario della Dc Martinazzoli, lanceranno le monetine anche a noi. Ma nemmeno il centrodestra, nonostante una maggioranza schiacciante alla Camera e al Senato, è riuscito a ridare al Parlamento della Repubblica l’immunità, né è riuscito a riordinare l’ordinamento giudiziario, separando le carriere dei giudici e dei Pm, riformando il Csm, riequilibrando il potere giudiziario con il potere legislativo e il potere esecutivo. Berlusconi, che pure avrebbe voluto, è stato bloccato, non tanto dall’opposizione e dalla corporazione dei magistrati, quanto dai suoi stessi alleati.

Nessuno dei due poli, né il centrodestra né il centrosinistra, pur avendo ciascuno vinto e governato due volte, è stato capace di fare le riforme essenziali: tanto meno le potrà fare il governo di Romano Prodi, dilaniato all’interno e senza maggioranza al Senato. E quali garanzie ci sono che le potrà fare il centrodestra, anche se vincerà le prossime elezioni? Se non è riuscito a farle, quando la Casa delle libertà era più o meno compatta e aveva cento deputati in più alla Camera e cinquanta senatori in più al Senato, le potrà fare con una Cdl lacerata, con la Lega di Bossi (e di Maroni) che gioca sempre più per conto suo e l’Udc di Casini, che si è persino dissociato ufficialmente?

Il segnale più preoccupante è questa deriva dell’antipolitica che sta travolgendo il Paese. Finora, come sempre succede, il vento dell’antipolitica gonfia le vele della opposizione, ma alla fine non potrà che travolgere anche il centrodestra, come l’uso politico della giustizia alla fine ha travolto le sinistre. Quello che serve al centrodestra è esattamente il contrario, serve la politica, più politica, una politica forte, immaginata, proposta e realizzata per tirare fuori il Paese dalla palude. Invece gli ultimi segnali sono sempre più preoccupanti. La Cdl si divide sempre più spesso, discettando sulla leadershp, invece di compattarsi. Il principale partito della Cdl, che è di gran lunga il primo partito del Paese e che ha stravinto le elezioni amministrative, e proprio ora che ha vinto, si vuole come sciogliere e disperdere in circoli che non si sa bene cosa siano, dove siano, quanti siano, da chi siano composti, e cosa vogliano, come i Ds e la Margherita, si sono sciolti per costituire un partito che rischia perfino di non nascere mai.

L’ideale che canta nell’animo di tutti gli imbecilli, scriveva Benedetto Croce, è quello di governare la società e le nazioni senza la politica, senza gli uomini politici, senza i partiti, senza le istituzioni e le mille strutture dello Stato. Vorrebbero affidare la vita e i destini degli uomini e degli Stati a una sorta di areopago composto di «onest’uomini» ignari e vuoti di politica. Sono costoro i veri disonesti.