Inchiesta sulla rivolta delle bandiere rosse

La Digos ha inviato al pm una ricostruzione dei fatti Mistero sulle telecamere

Una relazione della Digos che ricostruisce la rivolta avvenuta nel quartiere Chinatown, giovedì scorso, è arrivata sul tavolo del procuratore aggiunto Corrado Carnevali. È proprio grazie all’arrivo di questa prima relazione che la Procura ieri ha ufficialmente aperto un’inchiesta sui tafferugli. Bocche cucite sul contenuto della ricostruzione effettuata dagli uomini della Digos, anche se gli investigatori confermano che allo stato attuale le denunce sono tutte a carico di ignoti. Le ipotesi di reato su cui i magistrati dovranno lavorare sono quelle di rissa, aggressione e resistenza. Nei prossimi giorni, dovrebbe arrivare in procura anche un esposto della polizia municipale. Poi, gli atti dovrebbero essere smistati a un pubblico ministero che si occuperà di condurre l’inchiesta su quanto accaduto. In particolare, gli investigatori vogliono capire se il moto popolare che ha portato al ferimento di diversi agenti e residenti nel quartiere, sia stato premeditato oppure, come sostengono i cinesi, sia nato a causa della multa elevata dai vigili a un commerciante. Non solo. Gli investigatori vogliono vederci chiaro anche su un’altra questione, quella che riguarda le telecamere in via Paolo Sarpi che avrebbero funzionato fino alle 13 e che poi sarebbero andate in tilt a causa di un guasto. La procura intanto ha aperto un fascicolo di inchiesta con l’ipotesi di lesioni aggravate per averle commesse ai danni di un pubblico ufficiale nei confronti di Ruo Wei Bu, la donna di 25 anni la cui protesta nei confronti dei vigili urbani era stata la scintilla della rivolta popolare. La donna, secondo quanto ricostruito dai suoi legali, aveva vivacemente protestato con gli agenti della polizia municipale che avevano deciso di ritirare il libretto di circolazione dell’automobile del marito, in quanto quest’ultimo aveva scaricato della merce su una vettura privata in violazione della legge.
Proprio ieri il pm Giusy Barbara ha chiuso le indagini nei confronti di 11 cinesi accusati di aver gestito e utilizzato una banca illegale che offriva servizi propri di un istituto di credito a connazionali del quartiere. La banca, che aveva un giro d’affari di 40 milioni, era stata scoperta nel corso dell’operazione «L’oro del dragone» condotta dal Nucleo valutario della Guardia di finanza.