Industria, la ripresa parte dalla provincia

Il caso Bergamo: da cinque anni il trend produttivo della zona non segnava dati così positivi

Paolo Stefanato

da Milano

Bergamo è la prima provincia italiana per densità industriale, la seconda per peso occupazionale dell'industria, la quinta per la quota di reddito prodotta dalle attività industriali. Il suo tessuto produttivo è composto da realtà grandi, nazionali ed estere, medie e piccole; tutti i settori sono rappresentati in maniera equilibrata, con un'accentuazione nella meccanica. Tutto questo converge a fare di Bergamo un fedele indicatore della realtà italiana, e proprio da qui parte un forte segnale: quello della ripresa. Gli ultimi dati, quelli del terzo trimestre 2005, parlano di una crescita del 2,4% della produzione industriale rispetto a un anno prima; è il terzo trimestre positivo, erano cinque anni che non si registrava una tendenza così incoraggiante.
Crescita. Meglio dei dati nazionali, meglio di tutte le altre province. «Non si deve enfatizzare - raccomanda Alberto Barcella, presidente della Confindustria locale - ma riconosco di essere ottimista per il 2006. Mi convince a esserlo la ripresa che si sta manifestando in Germania, il nostro principale mercato di sbocco». Ma avverte: «Tra il 2000 e il 2005 siamo cresciuti del 2%, tutto si è concentrato dunque negli ultimi mesi». Barcella, industriale della plastica (la sua industria, BM, fabbrica componenti per l'elettronica di consumo, con stabilimenti in Italia, Polonia e Messico e 60 milioni di fatturato) sottolinea due elementi importanti: «Tiene l'occupazione, nonostante le molte iniziative di internazionalizzazione, e crescono le esportazioni».
Nomi illustri. I grandi gruppi hanno nomi illustri: Italcementi, Brembo (freni), Gewiss (materiale elettrico), Radici (chimico tessile), Same (trattori). Ma il vero tessuto è fatto di imprese medie e piccole, e la dimensione aziendale «è leggermente superiore alla media nazionale». Anche questo è un punto di forza, perché «le realtà troppo piccole oggi soffrono di più: la dimensione serve a far fronte alla competizione e a dotarsi di strumenti manageriali». Oggi il modello dell'industria bergamasca, grande e piccola, è ancora familiare, con vantaggi e svantaggi: «La famiglia garantisce continuità, strategie di lungo periodo, valori patrimoniali più che corse esasperate al profitto. È fonte di stabilità sociale e di attaccamento al territorio. Ma i suoi valori tradizionali - si chiede Barcella - sono davvero elementi vincenti o rappresentano altrettanti vincoli?». Simmetricamente, sul territorio della provincia insistono un centinaio di gruppi multinazionali - da General Electric a Bosh, da Abb a Bayer - metà giunti qui con investimenti diretti, metà per effetto di acquisizioni. «Anche questa è internazionalizzazione, ma sono proprio questi, casomai, a preoccuparci, perché hanno meno legami col territorio».
Bergamo, dunque, è «una locomotiva. E ha bisogno di energia per correre e trascinare» sottolinea Barcella. Energie vuol dire poter disporre di infrastrutture, soprattutto viarie, e di servizi adeguati. «Da noi ci sono valli a forte rischio di deindustrializzazione a causa dei collegamenti insufficienti. Bisogna investire dove serve, il Ponte sullo Stretto di Messina è meglio non farlo!».
Competitività. «I problemi veri per la competitività del sistema non sono stati risolti - osserva criticamente Alberto Bombassei, vicepresidente della Confindustria nazionale e di quella bergamasca, oltre che presidente e maggiore azionista della Brembo -. Sono i problemi nazionali, ma moltiplicati per due, visto che qui il peso del settore manifatturiero è doppio. Costo del lavoro, cuneo fiscale, energia, infrastrutture, costi della logistica e dei trasporti sono altrettante spine per le imprese». Bombassei sta parlando dall'auto: «Le sembra possibile che io abbia impiegato un'ora e un quarto per spostarmi da Pero ad Agrate?» L'industria bergamasca ha dei punti di debolezza. Le aziende, per esempio, sono specializzate in componentistica: questo espone a una concorrenza più forte. Sono deboli nel «made in Italy», non possiedono prodotti con marchio. Anche quelle medie e piccole hanno saputo tuttavia diventare internazionali, perché chi è fornitore deve seguire la geografia produttiva dei suoi clienti. «I nostri 1.300 associati hanno 85mila dipendenti, e di questi 50mila sono all'estero - dice il presidente -. Tuttavia la manodopera locale non ne ha particolarmente sofferto, perché si è trattato di espansione all'estero e non di delocalizzazione in senso stretto, cioè chiusura e spostamento di produzioni». Questo aspetto, attualmente, è un fronte aperto a Cortenuova, dove la Candy ha deciso di chiudere lo stabilimento Donora, per trasferire le linee di frigoriferi nella Repubblica Ceca. Si sta cercando di evitare ferite troppo dolorose sul piano sociale. «Ma certe produzioni mature, specie nel tessile, sono indifendibili» dice Barcella. I modelli di internazionalizzazione sono diversi. Ma esiste una sequenza logica ben sintetizzata da Stefano Scainelli della Scame: «Prima si sonda il mercato con le esportazioni, in un secondo tempo si apre una piccola filiale commerciale. Poi si passa ad assemblaggi locali e solo alla fine si avvia un'attività di produzione. Il problema - osserva - è che per testare nuovi mercati in breve tempo occorre un forte impegno anche di risorse finanziarie: così abbiamo pensato di mettere insieme piccoli gruppi di imprese complementari, allo scopo di sprigionare sinergie e di ridurre i costi di avvio». L'esperimento ha avuto successo a Dubai, ora viene replicato in Estremo Oriente.
Estero. L'esperienza estera non serve solo per produrre e far quadrare i bilanci, ma anche per capire che cos'è la competitività di sistema. Racconta Bombassei: «Noi abbiamo uno stabilimento in Cina. Nel 2004 è arrivata una lettera dell'amministrazione locale che comunicava come sei mesi dopo sarebbe stata allargata la strada sui cui la fabbrica si affacciava. Non lo hanno chiesto a nessuno, e puntualmente lo hanno fatto, sono arrivati con le ruspe, demolendo quello che era rimasto. Un altro esempio: in Finlandia, Paese all'epoca socialista e poco industrializzato, il governo varò una politica industriale coerente in tutte le sue articolazioni: scuola, università, ricerca, insediamenti. Uno dei risultati è stata la Nokia. In Italia non ci sono linee guida industriali nemmeno da qui a dieci anni».
Ricerca. Sulla necessità di ricerca e innovazione tutti concordano. Ma a Bergamo, caso raro in Italia, non tutto è affidato all'iniziativa dei singoli imprenditori. Dal 2003 è stato infatti avviato un progetto, chiamato Kilometro rosso, che costituirà uno dei poli italiani più importanti in questo settore. «È un progetto di aggregazione di ricerca e di sviluppo tecnologico il cui contributo potrà essere adeguatamente misurato nei prossimi anni» spiega Mirano Sancin, amministratore delegato e direttore generale, che in passato ha portato al successo un analogo parco scientifico a Trieste. Kilometro rosso è nato dall'iniziativa di un gruppo di imprenditori, Alberto Bombassei in prima fila, per concentrare e far dialogare laboratori diversi tra loro. «La matrice di partenza è automobilistica. E Daimler-Chrysler (Mercedes) sta concentrando la ricerca dedicata ai materiali ceramici, trasferita da Stoccarda. L'istituto Mario Negri di Milano sta portando qui i propri laboratori di farmacologia» spiega Sancin. «Oggi già lavorano nel Kilometro rosso 300 persone. Tra sette-otto anni, saranno 3mila».
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