Beppe è come Monti: una moda già passata

E i tagliolini al caviale di Lusi pagati coi soldi pubblici? E il fuoristrada di Fiorito scroccato alla collettività? Gli italiani saranno ancora furenti dopo mesi di ruberie, ma a giudicare da come hanno votato alle amministrative hanno già ampiamente voltato pagina. Forse la politica risulta una materia talmente noiosa da dover rivoluzionare ogni sei mesi, manco fosse il guardaroba o un palinsesto tv. Oppure è il senso di scoramento del cittadino che si sente ai margini della vita pubblica in questo pazzo frullatore: vota Berlusconi e si ritrova Herr Monti, sceglie il giaguaro Bersani e spunta la gazzella Letta, chiama in campo Ingroia e si ritrova fuori dal Parlamento con il cartello che invitava a intercettarci tutti.

Con il disastro elettorale di Beppe Grillo alle ultime comunali, alla fine ha stufato persino l'antipolitica. Quel serbatoio fintamente inesauribile di piazze rancorose, di umiliazioni al malcapitato politico beccato in trattoria, di invettive contro i pascià del Palazzo con stipendi d'oro e benefit da capogiro. Dai, se il problema più urgente era spuntare gli artigli ai politici famelici bastava ridare ossigeno alla voce sempre più sfiatata del leader 5 Stelle; lui aspettava solo un'altra trasfusione di voti per azionare quell'apriscatole che finora gli è servito a insediare qualche sindaco frastornato tra Pomezia e Assemini, non proprio l'ombelico del mondo. Sul web non girano più le indignate catene di Sant'Antonio che tra puntuali documentazioni e bufale populistiche gonfiavano di giorno in giorno le buste paga dei parlamentari, solo per fare scoppiare il fegato alla maggioranza silenziosa. E i comizi di Grillo erano adunate di autoesaltazione, pronte a infiammarsi alla minima segnalazione di sprechi e gettoni di presenza distribuiti agli amici degli amici. Al fondatore del 5 Stelle, soltanto poche sera fa a Pomezia, è toccato l'amaro intermezzo di un contestatore invitato a parlare sul palco che lo accusava con mimica inequivocabile di «essersi imbertato» chissà quanti soldi. L'imbucato che argomentava con accenti burini da maschera popolare, l'ex comico che rideva istericamente per sottolineare l'assurdità della scena.

Tutto passa in un Paese che ha vissuto decenni di politica estenuanti come ere geologiche e che ora assiste a un turnover di stagioni che muoiono ancor prima di sbocciare. Non sono occorse molte aspirine per smaltire la sbornia collettiva dell'era Mario Monti, il freddo tecnocrate con il loden e i capelli cotonati che aveva ammaliato gran parte della nazione. Aveva sostituito l'italico trittico Dio-Patria-Famiglia con rigore-sobrietà-austerità, ma presto gli italiani hanno scoperto che con lo spread non si mangia e che la spending review non crea posti di lavoro. E allora, nel ribaltamento di fronte, un elettore su quattro si è affidato alla virulenza di Grillo, al suo vernacolo da osteria, al suo abbigliamento da bullo con un cospicuo conto in banca. Un machiavellismo da bar: il risultato giustifica tutto.

Intendiamoci, non sono stati abbagli di massa. Monti per un attimo aveva fatto sperare i liberali con le sue intenzioni riformatrici, prima di venire soffocato dai singhiozzi della Fornero e dalle ambizioni di Bersani. Anche Grillo non si è presentato a mani vuote, imponendo con la pistola della piazza schiumante quello che i politici più arroccati non volevano capire: la festa è finita.

Ma la campana sta suonando anche per i 5 Stelle. Volenti o nolenti, gli italiani sanno che i loro interlocutori sono i partiti più o meno di massa, non suggestioni politiche che durano lo spazio di un mattino. Oggi si grida e si protesta sotto l'ombrello delle larghe intese, con la segreta speranza che tra uno sconto sull'Imu e un bonus fiscale la vita sia meno peggio. Si votano sindaci di minoranza, figli dell'astensionismo e spesso in spregio al partito di appartenenza: domani si vedrà se tornare alle urne. Si sta già tirando a campare Monti, senza Fini, senza Ingroia, senza Di Pietro, senza Bossi, senza Ferrero, senza Diliberto. Magari tra poco anche senza Grillo e i suoi sputazzi dal palco. Che noia tutte queste mode della politica. È il momento buono per inventarci qualcosa d'altro.

twitter: @gabarberis

Commenti

precisino54

Gio, 13/06/2013 - 14:06

Il problema è sempre il solito, chi troppo in alto sale, specie se velocemente, presto cade rovinosamente. Il fastidiosissimo urlante, all'approssimarsi dell'estate ha richiamato alla mente il suo omonimo che ci disturba le notti insonni estive. Parimenti chi lo aveva speranzoso votato ha capito di aver fatto una sciocchezza vista la pochezza degli argomenti messi sul tavolo e di conseguenza ha ritirato presto la fiducia. Ma come non capire la massa di disperati che fiduciosi si auguravano un intervento nel governo per poter magari discutere di quanto aveva urlato. Indubbiamente l'aver chiaramente rifiutato gli inviti dello smacchiatore mancato, ha fatto capire che le promesse fatte erano solo per abbindolare i creduloni. Perché parlare di reddito di cittadinanza e non provare a fare parte del governo. Il popolo ha necessità di vedere atti concreti e si aspettava di vedere gli stellati pronti a dargli qualcosa. Il rifiuto "dell'urlante nelle piazze" ha fatto capire che aveva sbagliato cavallo.