Brava ministra un libro vale più dei compiti

Basta con la tortura dello zaino da portare sotto l'ombrellone. Meglio godersi una bella storia. Finalmente qualcuno l'ha capito

Evviva evviva il ministro Carrozza! E ora posso dire che nella mia vita, ho corso persino la ventura - inimmaginabile per la mia formazione culturale e la mia generazione sessantottarda - di lodare un ministro della Pubblica Istruzione. I compiti delle vacanze sono uno sgarbo, prima ancora che un errore, una penitenza ben più che un arricchimento. Potrei narrarvi a lungo - ma non vi farò questo sgarbo, non vi infliggerò questa penitenza - la mia storia di pluririmandato a settembre, costretto a «studiare» tutta l'estate latino o matematica, spesso latino e matematica: la doppia virgoletta che corona e calza «studiare» dice abbastanza: un imparaticcio strascicato e rabbioso, un finto apprendimento vano, un insulto alla mia voglia di sapere e di scoprire, di godere e di fare. Vi racconterò invece che sovente alleggerisco, complice e collaboratrice mamma Paola, l'inutile peso dei compiti a casa del nostro primogenio (sic) Nicola Giordano Guerri. Il quale, poco più lungo del suo nome, a sei anni è stato costretto al pari di tutti i suoi coevi a portare a scuola uno zaino pesante come quello degli alpini sul Carso, durante la Grande Guerra. E a riportarlo a casa, dopo quasi otto ore di scuola, per fare i compiti. Cosa mai avrebbe dovuto imparare, che non avesse imparato durante le ore in classe? Così Paola e io abbiamo preso a rendere i compiti a casa un gioco veloce, fra noi e lui, per permettergli di correre rapidamente a dare calci al pallone, o a guardare i cartoni in televisione, a scaricare le app dal suo iPad, o a giocare con il manesco fratello Pietro Tancredi Guerri, 21 mesi, al quale dopo questa esperienza risparmieremo l'affronto di mandarlo in una scuola privata dove si pensa di rimediare, appunto con i compiti a casa, all'inefficienza dei metodi e all'imperizia degli insegnanti.
Viva la scuola pubblica, per di più ora in Carrozza (scusate, non sono riuscito a farne a meno), che depreca i compiti delle vacanze. I quali altro non sono che un cilicio, un ricordati-che-devi-morire. Brava, amabile Carrozza, quanto è meglio leggere un libro che fare i compiti: ma leggere per leggere, per godere di una scrittura e di una storia non corredate da tutti gli esercizi pedanti che di solito la scuola accoppia persino a un buon libro. Preparando le vacanze ho fatto a Nicola un gioco che ho imparato da qualche parte, tanto tempo fa: «È più grande una valigia o un libro?», gli ho chiesto. «Un libro!!!» ha risposto lui (pur sospettando la trappola), con tanti punti esclamativi come piace ai bambini. Così abbiamo fatto l'elenco delle cose che stanno in una valigia. Poi: «Ora facciamo l'elenco di quante cose possono stare in un libro». Vi assicuro che il suo sorriso valeva 352 ore di compiti a casa, perché ha imparato di più. Alla faccia di tutti quelli che inflissero a me.
@GBGuerri

Commenti
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wirtshaus-trier

Gio, 25/07/2013 - 10:45

fatemi capire se un bambino manca in aritmetica gli facciamo leggere un libro di topolino invece di fargli fare degli esercizi?

nino47

Sab, 27/07/2013 - 16:45

Brava ministra un libro vale più dei compiti...e soprattutto non è obbligatorio leggerlo....

innocentium

Sab, 27/07/2013 - 19:16

allora mi pareva inutile e mi disturbava l'idea di dover "lavorare" durante l'estate (se li facevi tutti subito era come non ci fossero, se aspettavi l'ultimo momento a che servivano, visto che dopo pochi giorni li avresti "azzerati" con l'attività del nuovo anno scolastico). ben difficilmente venivano amministrati con cronologia graduata nei tre mesi d'intervallo, dunque? oggi ritengo però che una funzione la svolgessero (e bene): creavano nella mente una nicchia per un pensiero, magari fastidioso, ma quanto necessario! ti dicevano: questo è un periodo di piacere, ma non ti scordare che esiste il DOVERE! caro bruno guerri, la paternità in tarda età non autorizza ad assorbire i ragionamenti dell'infanzia (cosa che, da molti articoli recenti, traspare e, personalmente mi disturba).