Che storiaccia assassinare per raccontarlo in un libro

«Salì in macchina e raggiunse rapidamente la vecchia casa di campagna. Rovistò nel fienile in mezzo alla paglia. Afferrò un fucile da caccia insieme alla cartucciera e tornò da Anthonia». Questo brano è tratto da un racconto inedito di Daniele Ughetto Piampaschet, 34 anni, di Giaveno (Torino), uno degli innumerevoli aspiranti scrittori italiani, che avrebbe scritto questo racconto basandosi su una tragica vicenda realmente accaduta... e fin qui nulla di nuovo. Solo che in questo caso la storia narrata, oltre a essere più nera che mai e a concludersi con l'omicidio di una giovanissima prostituta nigeriana, Anthonia Egbuna, sarebbe stata realmente vissuta in prima persona proprio da Ughetto. L'accusa contro di lui è di omicidio premeditato e occultamento di cadavere, ma ovviamente dobbiamo aspettare i vari gradi di giudizio o magari una confessione. Ughetto, a quanto sembra, ha una vera e propria ossessione per le «nuove schiave» nigeriane (è anche stato sposato per una decina d'anni con una nigeriana, e ne ha frequentate diverse altre, prima e dopo la sparizione di Anthonia). A suo dire le frequenterebbe per salvarle dalla prostituzione e per alimentare l'ispirazione della sua creatività letteraria. Ma gli inquirenti la pensano diversamente: secondo loro Piampaschet avrebbe ucciso la prostituta e poi ci avrebbe scritto un racconto, dal titolo «La rosa e il leone», (lei la rosa e lui il leone) in cui il protagonista, dopo aver cercato invano di «salvare» la ragazza dalla vita di strada, la strangola, per poi uccidersi con una fucilata alla testa. Ughetto afferma di essersi ispirato liberamente alla relazione affettiva con Anthonia (che nel racconto i chiama proprio Anthonia), la quale si prostituiva fra Carignano e corso Regina Margherita. Nella realtà Anthonia è stata accoltellata e poi gettata nel Po, dove è stata ripescata il 26 febbraio scorso vicino alla diga Enel presso il parco Einaudi (per l'appunto). Dai tabulati telefonici emerge che nel periodo che va dal febbraio 2011 (quando i due si conoscono) e il 28 novembre successivo (quando la ragazza sparisce), lui l'ha chiamata 1900 volte, dopo di che smette di cercarla, come se appunto sapesse che era inutile, e si trasferisce a Londra, da cui è rientrato qualche giorno fa per una vacanza.
Se tutto ciò fosse vero, non riuscirei a pensare che Ughetto abbia deliberatamente ucciso con l'intenzione di raccontare la storia, ma forse, visto che gli scrittori sono sempre a caccia di storie, ha ceduto alla tentazione di far vivere con estrema verità sulla pagina un'esperienza realmente vissuta. Perché si sa, la prima magia della narrativa è appunto la «verità», e non tanto delle vicende raccontate, quanto della «forza sentimentale» che plasma le storie. Allan Poe ci ha raccontato incredibili storie credibilissime, perché il pozzo da cui attingeva l'acqua della narrazione era nelle sue profondità. La relazione tra l'invenzione e la realtà vissuta, che gli scrittori vivono sulla propria pelle, è sempre stata oggetto di riflessione, di studi e anche di semplice curiosità. Da dove vengono le storie? Quanto della vita di un narratore entra nei suoi libri? Sono convinto, almeno per quanto mi riguarda, che gli scrittori siano degli avvoltoi che si cibano di qualunque cosa, non solo ricordi e dolori personali, fondamentali perché vissuti, ma anche storie sentite raccontare da altri, film, libri, televisione, sogni, immaginazioni... Tutto può servire, prima o poi, perfino e soprattutto i propri dolori e i propri lutti.
Può sembrare un atteggiamento cinico, ma anche durante una vicenda dolorosa, pur vivendo appieno quel dolore, una parte della mia mente continua a registrare, a selezionare, ad analizzare la vicenda, a tagliarla a pezzi e a sistemarla da qualche parte (non riesco a impedirmelo), e va tutto a finire in una grande fossa perennemente fumante somigliante alla Geenna, dove tutto brucia e si mescola per poi all'occorrenza restituire materiale da raccontare, nelle forme e nei modi più vari, trasformati come in un processo alchemico.
Tornando alla vicenda di Ughetto, si dice spesso che la realtà supera la finzione in quanto a fantasia, ma qui a superare la realtà non sarebbe il tema del racconto, quanto il fatto che un aspirante scrittore non sia riuscito a trattenersi dal narrare un omicidio che avrebbe commesso, ovviamente lasciando una traccia evidente che potrebbe comprometterlo. Comunque sia - ripeto, se tutto verrà confermato - a guardarla meglio non è poi così strano che qualcuno si metta a scrivere una vicenda tragica vissuta in prima persona, sia pure un omicidio. Scrivere serve a fare chiarezza, a capire meglio quel che si è vissuto, a illuminare gli angoli oscuri, a guardare le cose da altre angolazioni, a «conoscere»... dunque a placarsi. Non serve essere scrittori per capirlo. Il diario, la confessione scritta, è il modo più genuino, autonomo e efficace per far uscire dall'anima dolori e ansie. Spero solo che l'assassino di quella povera ragazza, a cui la bellezza non ha spianato la strada della televisione ma i viali della prostituzione, venga arrestato.