A chi fa comodo il disastro della scuola

Potete scommetterci. Da quello che sento in giro dai miei amici professori, a Mariastella Gelmini non andrà di lusso come sembrava sulle prime in tutte le (belle) interviste e copertine che la ragazza di Brescia s’è meritata. Voti, condotta, maestro unico. Tutte cose sacrosante. Per questo il comitato antifascista prepara grandi festeggiamenti. Già il 27 settembre la Cgil tornerà in piazza. Già i primi consigli dei professori scaldano i muscoli sognando di rivivere le barricate dei loro anni di giovinezza. Stanno preparando il film, la sceneggiatura è già scritta. Ma Mariastella non deve mollare. E sapete perché? Per il bene dei nostri figli. Volete che vi dica la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità?

Tenetevi forte. Negli anni ’70, a scuola, almeno scorreva sangue. Almeno giravano bastardi come il mio amico Marco Barbone (amico dall’81, prima mi avrebbe sparato, amico per incontro fortuito, amico dopo la galera, il pentimento, la conversione cristiana, la vergogna di aver sbagliato tutto, e assassinato una persona per bene, Walter Tobagi). Marco che aveva diciassette anni allora e portava la sua luccicante P38 a scuola (e non in una delle scuole professionali di borgata, ma al prestigioso, aristocratico, à la page, liceo classico Berchet di Milano). Marco che maneggiava la sua bella pistola e spaccava la testa ai suoi compagni di classe. Con i professori che gli dicevano: «Bravo!». E «non hai fatto i compiti in classe? Non hai un voto in tutto il quadrimestre? Tranquillo, copia quelli dei deficienti tuoi compagni ciellini, che a promuoverti poi ci pensiamo noi» (non ci credete? Fatevelo raccontare da chi stava in classe con lui, per esempio dall’ex figicciotto e poi ex segretario della Casa della Cultura di Milano, ora direttore relazioni esterne Fastweb, Sergio Scalpelli). Almeno allora scorreva sangue.

Tutti sapevano che la scuola di massa era una panzana, la democrazia tra le aule e nelle assemblee scolastiche un vecchio arnese che nemmeno il terzo celere riusciva a garantire. Ma nessuno si sarebbe mai sognato di fare finta di niente, piagnucolare, posturarsi a vittima di un ministro dell’istruzione. Certi prof sfigati di oggi sono come quei maestrini delle quaranta scuole romane che si sono messi a lutto, esibendo per la bella stampa da Truman Show le loro fascette nere per protestare contro Mariastella, che con i suoi provvedimenti avrebbe, pensate un po’, «distrutto il nostro sistema scolastico». Prima almeno, fino alla metà degli anni ’80, dopo il sangue ci fu un poco di riflusso, di mestizia, di vergogna a ripetere slogan falsi e assassini. Almeno per qualche anno di plastica, dopo quelli di piombo, non c’era quasi più nessuno in giro a credere che se uno come me, figlio di veri proletari, era stato iscritto alla prima sezione T (ripeto: T, diciotto prime classi!) e si era diplomato alla sezione quinta G (ripeto: G, da diciotto che erano, erano diventate otto!), tutto ciò era frutto della «selezione di classe». Altro che «no alla scuola di classe, no alla selezione, non diventeremo i servi del padrone».

Schiavi eravamo diventati, della droga, delle pistole, dell’alienazione demente che aveva abolito Dante e Manzoni (e la Coca Cola, poiché «ogni coca cola che berrai è una pallottola all’amerikano che darai, e se l’amerikano non fallisce è un compagno vietnamita che perisce») per sostituirla con i diari di Che Guevara e di padre Camillo Torres. Eravamo trentasei figli di proletari in quella prima T. Al diploma arrivammo in dieci. Gli altri? In galera o morti di eroina. Da allora ho imparato che tutto il resto sarebbe stato facile. Io me ne andai a studiare alla Cattolica. Ma per le generazioni successive, nei licei fu polvere e morte burocratica. Infatti, dopo qualche anno di plastica, dopo che il compagno Enrico Berlinguer e la sua musa scalfariana inchiavardata con i veri poterazzi della finanza (i piduitsi erano dei dilettanti al confronto dei compagni-azionisti-demitiani dell’epoca) diede l’ordine di ricominciare a orchestrare un po’ di casino, scuola e università ridivennero i grandi contenitori di carne fresca e fantaccini da buttare per strada all’ordine della catena di comando che partiva dal Pci (in combutta con certi cari reporter di grandi giornaloni). Così, a metà degli ’80, ricominciò il rito delle manifestazioni e delle occupazioni. Lo battezzarono «il movimento della pantera».

Roba da ridere, naturalmente. Niente a che vedere col sangue buono dei ’70, tutta roba preconfezionata e muffita (il mio vate di riferimento, Lodovico Festa, editorialista di questo giornale e all’epoca uomo di marmo del Pci, aveva già inventato la camicia di forza del Centro insegnanti democratici, giusto per mettere i più scalmanati e settari della famiglia comunista in condizione di non nuocere alla linea decisa dal partito a Roma). Insomma, dall’85 in avanti, fatta qualche eccezione per quando governarono loro, gli ottimati postcomunisti e prodiani, gli insegnanti «democratici» ricominciarono la contestazione da burletta e, all’uopo, a usare gli studenti (e il giornalismo collegato alla mamma «progressista» e «de sinistra») come massa di manovra in piazza. Non c’era niente da fare. La scuola doveva restare come le poste, un’impresa sbracata, un buco nero nei conti dello Stato, un posteggio e una caserma per le giovani generazioni. Cosa ci guadagnava la collettività? Niente. Ma quel milione di voti di prof e bidelli allocati con stipendio mediocre ma posto sicuro, dopolavoro di donne con mariti in carriera e sacco nero per gli emigranti dal sud con laurea, faceva gola a tutti. È andata così. E va avanti così.

Da vent’anni. I democristiani non si sono mai azzardati a muovere foglia che la Cgil non volesse e, intanto che si succedevano ministri e sottosegretari cattolici che fungevano da utili idioti, le sinistre Pci-Pds-Ds cementificavano l’istruzione e la chiudevano sotto doppia mandata. Da una parte di greppia per finanziare le migliaia di associazioni, ong, fasulli centri di aggiornamento per gli insegnanti, insomma l’industria per cui il sindacato oggi si ritrova un capitale di immobili e di finanze (non soggette all’articolo 18 e alla trasparenza dei bilanci). Dall’altra di formidabile fortino ideologico dove allevare come polli in batteria, nella trasmissione di saperi tarlati dalla menzogna (non è un caso che i Nobel come Solgenitsin ancora oggi non si leggano nelle scuole, per non parlare della letteratura che non ha il timbro antifascista) e, soprattutto, strumentali alla creazione del consenso nel famoso comparto pubblico (leggi: voti). L’insegnante tipo è quello che ha sotto il braccio Repubblica, ti ammorba coi romanzi del Pennac (adesso saranno i «saggi» dell’Odifreddi) e per punizione ti fa scrivere cento volte alla lavagna «viva i comitati antimafia». Con Mariastella, una outsider con le palle d’acciaio, la musica è cambiata. Ma ci potete scommettere, se la politica non avrà il coraggio di andare alla radice del marcio che c’è nella scuola, anche Thatcher Gelmini rischia di perdere il suo braccio di ferro con le Union dei secondini di quella galera sudamericana, dove tutti fanno apparentemente ciò che gli pare, ma sempre in una galera stanno, anche se le mafie interne garantiscono una certa giocosa, furba, assembleare routine, che è la scuola italiana.

Un esempio? Tanto per accontentare l’Umberto che ha detto che se non hai fatto l’insegnante è difficile che tu possa capire i problemi che ha la scuola, ne faccio uno, il mio. Prima di fare questo lavoro, il sottoscritto ha insegnato per un lustro nella scuola statale e per un altro mezzo in quella privata. Non ci sono confronti possibili. Nella scuola privata venuta su col sudore di una cooperativa di genitori assistiti da un paio di imprenditori illuminati tutto si svolgeva in un clima di avventura, autorevolezza, libertà piena. Non è che non ci fossero litigi e conflitti. Era che anche le difficoltà erano affrontate non con i timbri della burocrazia, le assemblee deficienti e i ricorsi sindacali. Ma con il buon senso e la parola data tra uomini liberi. Era il liceo don Gnocchi di Carate, che non a caso è passato da zero a seicento alunni in dieci anni (ma ne potrei citare decine di queste scuole e migliaia di famiglie che si tolgono il pane di bocca per pagare le rette, ma se lo Stato sindacalizzato dice che queste scuole non dovrebbero neanche esistere, che alternativa hai alla falsa scuola pubblica statale?).

Nel liceo statale, invece (che non citerò, per carità di patria, ma se qualcuno obbietta sono pronto a un confronto pubblico, dove e quando volete), o ti rassegni alla mafia «democratica», cioè a quella dozzina di kapò, maestri di sindacalese, burocrazia e sollevazione della scolaresca. O rischi l’esaurimento nervoso (io, no, ho avuto la fortuna di avere buoni attributi, il rispetto dei ragazzi, addirittura la stima del leader degli autonomi e quindi è toccato ad altri colleghi – ho saputo poi da quel mio amico studente autonomo – consolarsi con qualche orgetta con gli scolari e stare muto quando nei consigli dei prof davo loro dei cretini, merdacce, addetti al lavaggio dei cervelli). Perché ho fatto questo esempio, e concludo? Perché il voto in condotta, il ristabilimento del maestro unico (che soppianta l’idea che i bambini ne debbano avere tre o trentatré non per il bene della loro istruzione e crescita, ma per il bene dell’assistenzialismo e il potere del sindacato), l’introduzione di qualche minimo criterio meritocratico, un po’ di ordine e pulizia in quella discarica senza fondo che è il sistema pubblico dell’istruzione, era il minimo che ci si potesse attendere da un governo stravoluto e oggi ancora strasostenuto dai cittadini italiani. Visto che siamo messi peggio del Cile? Visto che siamo il fanalino di coda dell’Europa? E allora cosa dovremmo difendere, la scuola dei maestrini che giocano ancora al ’68, del bullismo, di YouTube, dello sballo? È un inizio. Un buon inizio, quello della ragazza con gli attributi del tondino bresciano. Ma attenzione, cara Mariastella, se non proverai a metterci mano davvero alla radice del declino scolastico italiano; se non considererai con attenzione riforme come quella proposta dal presidente della commissione Cultura, onorevole Valentina Aprea, riforme che prevedono la parità scolastica (che c’è anche nei migliori Stati africani) e la chiamata degli insegnanti (non solo per graduatoria statale, ma per libertà, merito, autonomia di chi dirige le scuole), non solo potresti uscire sconfitta dal braccio di ferro con le piazze che verranno. Ma rischierai anche tu, come quei tanti (la maggioranza) ex colleghi costretti a subire i diktat della Cgil, di prenderti un bell’esaurimento nervoso.