il commento 2 Ombre sul Quirinale E la mafia se la ride

di La morte di Loris D'Ambrosio è un delitto. Di mafia. Minacce, maledizioni, umiliazioni, interrogatori hanno trasformato un uomo dello Stato in un complice di criminali, quali sono considerati Mori, Mancino, Conso, da magistrati fuori delle istituzioni, ma che appaiono agire in nome della legge contrastando eversivamente le prerogative del Parlamento e del governo. La discussione o la sospensione del 41 bis può e poteva essere proposta da un parlamentare o decisa da un ministro: lo chiesero, contro la tortura, i parenti dei mafiosi, Pannella, Taradash, io con proposte di legge; lo chiede oggi Dacia Maraini. Si può discutere, non incriminare. Con queste accuse D'Ambrosio è stato ucciso. E la mafia ride, perché è morto un uomo onesto, sputtanato da falsari e disonesti. Il presidente Napolitano ora deve reagire, consentendo provocatoriamente l'ascolto delle intercettazioni, e denunciando contestualmente i magistrati per avere inventato un reato, diffamando persone oneste e mortificando lo Stato. Oggi Paolo Borsellino si indignerebbe e sconfesserebbe la sorella Rita che, in suo nome, si contrappone al capo dello Stato e si dichiara offesa. Nessun dubbio che Paolo Borsellino sarebbe, oggi, dalla parte del presidente Napolitano e del suo collega D'Ambrosio, come lui vittima della mafia, e lo conferma, mentre si lascia strumentalizzare dal Fatto (cosa indecorosa), Rita Borsellino, quasi non rendendosi conto di indicare chiaramente la diversa posizione di suo fratello. Intervistata (e indignata) afferma: «Paolo diceva che le istituzioni sono sacre... Mio fratello era un uomo di quelle istituzioni sacre». E quale istituzione più sacra della presidenza della Repubblica, con il presidente, in particolare, un uomo rigoroso e irreprensibile come Napolitano, garante della Costituzione e presidente del Csm? Con la sua posizione manichea e schierata, Rita Borsellino mostra di essere, nei confronti di Napolitano, quello che fu Sciascia nei confronti di suo fratello. Con il suo comportamento legittima la più oscena delle menzogne e la più pericolosa delle falsificazioni: quella che va sotto il nome di «trattativa Stato-mafia», e che mette sullo stesso piano Stato e mafia. Questo avrebbe certamente fatto inorridire Paolo Borsellino, tant'è che un suo serissimo collega, Giuseppe Di Lello che, nel 1994, lasciò la magistratura per diventare parlamentare di Rifondazione Comunista, si ribella a questo accostamento, caro agli Ingroia e ai Travaglio, e afferma: «Dopo 20 anni penso che la “trattativa” potrebbe essere riletta come un tentativo disperato ma necessario dello Stato, che era in ginocchio, per uscire dal tunnel delle bombe». La parola «trattativa» è una lusinga per la mafia, e vale per i sensali. Con la mafia non si tratta, ma lo Stato va difeso, tutelando i cittadini da prevedibili rischi. E certamente questa preoccupazione ha guidato le scelte di un ministro irreprensibile come Giovanni Conso, nella cui discrezione era limitare l'applicazione del 41 bis a molti mafiosi di discutibile pericolosità, spesso semplici pedine strumentalizzate. Fu giusto? Fu sbagliato? Conso può aver sbagliato, ma non ha certamente «trattato». Ed è veramente inaccettabile, oltre che criminale, l'aggressione fuori di ogni regola e in assoluta malafede di Marco Travaglio, che accusa frontalmente Napolitano di ostacolare l'attività dei pm. Sappia Rita Borsellino che Napolitano è lo Stato, e nessun uomo di Stato ha trattato con la mafia. O dica come, senza infamare con immotivata rabbia Conso, Mancino, Mori, Mannino, De Donno, Subranni, D'Ambrosio e Napolitano. Ripensi al tenente Canale, amico di Borsellino, ingiustamente incriminato. Non si fa politica in nome dei morti che non ti possono smentire. Suo fratello tra Mussolini e Che Guevara non avrebbe avuto dubbi. Non facciamolo vendicare da uno che avrebbe riso a piazzale Loreto, dando calci ai morti. Questo lasciamolo fare ai mafiosi.