I marò rischiano la pena di morte

Nella Caporetto indiana vacilla anche la foglia di fico dell'accordo con l'India che evita la pena di morte ai marò. Ieri il ministro della Giustizia di New Delhi, Ashwani Kumar, ha sbugiardato l'Italia sostenendo in un'intervista televisiva che il governo non può fornire alcuna assicurazione del genere. Non solo: tutte le altre richieste chiave italiane sulla giurisdizione, il comitato di saggi per dirimere il caso e l'arbitrato internazionale, sono state respinte dagli indiani.
«Questa vicenda (...) sta sempre più assumendo i toni di una farsa» ha dichiarato ieri il Capo di stato maggiore della Difesa, l'ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. Una figuraccia di rare dimensioni, che oramai viene difesa solo dal sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura, che ha scortato i due marò in India. Si arrampica sugli specchi, ma almeno ci mette la faccia. A differenza degli altri due pezzi grossi della Trimurti che ha rimandato i fucilieri di Marina a Delhi: il presidente dl Consiglio, Mario Monti, e il capo dello Stato, Giorgio Napolitano.
Ieri il ministro della Giustizia Kumar ha escluso che il governo indiano possa aver fornito un'assicurazione all'Italia che ai due marò non sarà inflitta la pena di morte. «Come può il potere esecutivo fornire garanzie sulla sentenza di un tribunale?» si è chiesto in tv. De Mistura è insorto: «C'è un documento scritto del ministro degli Esteri indiano, che rassicura che non ci sarà la pena di morte» per Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Una difesa patetica della foglia di fico che doveva nascondere la disfatta. I marò non verranno mai condannati a morte e infatti più tardi il ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid torna a precisare ciò che aveva detto in Parlamento venerdì: il caso «non è di quelli che implica in India l'applicazione della pena di morte» e di ciò «sono state date assicurazioni al governo italiano». Ma ora sembra quasi che se evitiamo il patibolo ci accontentiamo dell'ergastolo.
La tragicomica diatriba sulla pena di morte è una cortina fumogena che cerca di nascondere ben altri problemi. Ieri Kurshid ha ribadito che non «non ci sono stati accordi (con l'Italia ndr) da nessuna parte, né a Ginevra, né a Colombo, né a Roma». Anzi gli indiani hanno respinto tutte le nostre richieste. Kurshid lo ha spiegato chiaramente ai parlamentari e al governo italiano: «La Corte suprema ha affermato che la giurisdizione del caso è indiana (...). La richiesta italiana per incontri a livello di esperti e diplomatici sulla questione della giurisdizione o l'arbitrato o qualsiasi altro meccanismo non può essere accettata». Dalla trascrizione del discorso del ministro in parlamento si scopre pure come abbiamo calato le braghe. «Siamo stati informati per via diplomatica, che il Governo italiano sarebbe disponibile a rimandare i due marò in India». In pratica abbiamo alzato bandiera bianca quando Delhi ha fatto «bau» trattenendo il nostro ambasciatore.
L'unico spiraglio è che i marò potranno appellarsi alla Convenzione dell'Onu sul diritto del mare (Unclos) chiedendo il processo in Italia al tribunale speciale che si sta istituendo. Due giorni fa è iniziata la procedura per la scelta dei giudici. Il governatore del Kerala, dove è cominciata l'odissea, vuole che la Corte speciale giudichi Latorre e Girone nel suo Stato. Da qualunque angolazione si guardi ha ragione l'ammiraglio Binelli, che a nome di «tutto il personale delle Forze Armate (...) auspica che questa vicenda, che sta sempre più assumendo i toni di una farsa, si concluda quanto prima» con la consegna dei marò «alla giurisdizione italiana». Un «pronunciamento» vero e proprio sulla Caporetto indiana, che nel silenzio governativo fa onore ai militari.
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