L'uomo dalla gola squarciata vide la sua fine in un quadro

Lì per lì Gianni Cappellin, risvegliato di soprassalto, non capì che l'aggressore gli stava già tagliando la gola a punta 'e cuchillo, a punta di coltello, con un solo movimento dal basso verso l'alto, come si fa con i merluzzi. «Non riuscivo a respirare. Pensavo che l'energumeno mi stesse soffocando premendomi il gomito sul collo. Urlavo per svegliare Claudia, ma non udivo la mia voce. Per forza: l'aria dei polmoni usciva dalla trachea già squarciata». L'ultimo fiato fu per un'implorazione muta: «Signore Iddio, aiutami ti prego, dammi la forza di reagire». Il morituro non poteva sapere che a segargli la gola era Jesus Maria Peña, detto Chuo, di anni 30, pescatore dell'isola di Margarita. Jesus lo stava uccidendo, Gesù lo stava salvando.
I merluzzi, quando li sgozzi, non perdono sangue. Gli uomini sì. «Ho scoperto in quell'istante che il sangue è uno straordinario lubrificante. Infatti la mano destra dell'assalitore perse la presa sul coltello. Io gli morsicai la sinistra con cui mi tappava la bocca e riuscii, non so come, a togliermi la lama conficcata nella laringe». Disorientato dall'inaspettata reazione, il malvivente mollò la presa e fuggì. Cappellin ebbe il tempo per una seconda invocazione: «Dio, fa' che mia figlia non mi veda morire così».
Arrivato a questo punto del racconto, il redivivo comincia, senza accorgersene, a sbattere a intermittenza le palpebre in modo parossistico. È come se cercasse di non riguardare il film della sua fine imminente. Già gli tocca rivederlo in sogno quasi ogni notte. È la moglie Lidia ad accorgersi per prima dell'incubo: «All'improvviso il letto comincia a tremare. Accendo la luce e vedo il suo corpo che sussulta, su e giù, su e giù». Al mattino lui si ricorda solo che lo stavano scannando per poi violentargli la figlia e farle fare la sua stessa fine. Che è esattamente quanto stava per capitargli all'una di notte di quel 25 luglio 2011.
Gianni Cappellin credeva di morire sulla Coral Queen, la sua barca d'altura ancorata al largo dell'isola della Tortuga, paradiso terrestre a 48 miglia alla costa del Venezuela. «Dieci ore di dissanguamento prima che un elicottero di fabbricazione russa della Protezione civile venezuelana mi aviotrasportasse alla clinica privata San Roman. Fossi finito in un ospedale pubblico di Caracas, dove manca persino il filo da sutura, addio». Invece è ancora qui. Sul collo ha una cicatrice di almeno 20 centimetri, quasi da un orecchio all'altro, che ha già richiesto un primo intervento di chirurgia plastica. Se ancora vive, è solo perché il coltellaccio di Jesus detto Chuo - che lui non ha timore di chiamare «il negro» per distinguerlo etnicamente dal complice, «l'indio», mai assicurato alla giustizia - gli lacerò sì il 45 per cento della trachea ma fu fermato miracolosamente a due millimetri dalla carotide e a uno dalla giugulare. «Mezzo chilo di pressione in più, mi ha spiegato il chirurgo, e oggi non sarei qui a parlarne».
Non s'è limitato a parlarne. Ha anche scritto un memoriale di 256 pagine, L'uomo di sale (Mauro Pagliai editore). «Per non finire in manicomio. Me l'ha consigliato la psichiatra che mi seguiva durante la riabilitazione. Ha idea di che cosa significhi vivere per due mesi con un tracheostomo, in attesa che ricrescano i tessuti del collo? È una sensazione continua di soffocamento, di morte imminente, che non augurerei neppure a un animale». Il titolo del libro ha una duplice spiegazione. «A tentare di uccidermi è stato un uomo bruciato dalla salsedine del mare, figlio, come avrei scoperto dopo l'arresto, di una famiglia di pescatori che conoscevo da lungo tempo. Ma si chiama L'uomo di sale anche un quadro del pittore Ender Cepeda, che acquistai 20 anni fa. Quando mia figlia Claudia tornava dall'asilo, lo additava: “Papà!”. Ebbene, solo al mio ritorno dall'ospedale mi sono accorto che quella figura ha il collo attraversato da un taglio rosso identico al mio. Gli amici adesso mi sconsigliano di tenerlo in casa: “Gianni, brucialo! È come il ritratto di Dorian Gray”».
L'autore ha dedicato il libro alla memoria dei 19.216 venezuelani che nel 2011, come ogni anno, sono stati ammazzati. Muertos de balas, morti di pallottole, o machetados, fatti a pezzi col machete. Dai 50 agli 80 assassinati ogni fine settimana nella sola Caracas, una delle città più violente al mondo. «Ormai i giornali non pubblicano nemmeno più le notizie: solo gli elenchi forniti dagli obitori. Alle 21.30 scatta un tacito coprifuoco e 2 milioni di auto spariscono dalle strade. Il 98 per cento dei delitti resta senza colpevoli. L'impunità dei criminali è l'unico successo che si può ascrivere a quel Gheddafi tropicale che fu il comandante Hugo Chávez. “Ser rico es malo”, essere ricchi è male, predicava. Questi sono i risultati. I ricchi vanno uccisi perché sono cattivi».
Di famiglia veneziana ma nato nel 1957 a Milano, dove s'è laureato con 110 alla Bocconi, Cappellin vive dal 1976 nella capitale del Venezuela, dove ha fondato la Alnova, una società di import-export con 200 dipendenti e 20 milioni di dollari di fatturato annuo. In un Paese dove la benzina costa molto meno dell'acqua (un centesimo di dollaro al litro, cioè 19 delle vecchie lire italiane), ha pensato bene di diventare esclusivista di marche famose nel ramo vini e alcolici, fra cui Heineken, Campari e Cinzano. È uno dei 180.000, su circa un milione di connazionali trasferitisi laggiù, che vuole mantenere la cittadinanza d'origine.
Perché è finito in Venezuela?
«Ci andò per primo nel dopoguerra mio zio Paolo, sarto, che oggi ha 94 anni e durante il periodo coloniale aveva aperto ad Addis Abeba il più grande emporio dell'Etiopia. Era convinto che i russi avrebbero invaso il nostro Paese. Poi fu la volta di mio padre Ferruccio: insieme allo zio commerciava macchinari per le industrie. Io seguii il loro esempio perché mi rendevo conto che nell'Italia post sessantottina, fra contestazioni e scioperi, era impossibile fare gli imprenditori».
Meglio importare champagne in Sudamerica.
«In realtà all'inizio eravamo rappresentanti dei sottaceti Ponti e della Bonduelle. Ma nel 1982 il presidente Luís Herrera Campíns cambiò in appena tre settimane le regole del gioco, proibendo le importazioni di prodotti alimentari. Così ci buttammo sugli alcolici».
Sua moglie è italiana?
«Nata da italiani in Venezuela. Di cognome fa Bruttini. Il nonno materno, Irmene Milani, bolognese, fondò nel 1932 il primo pastificio del Sudamerica».
Avevate già avuto nel 1995 un esempio di quanto a Caracas la vita umana non valga nulla.
«Sì, ci entrarono in casa di notte in tre. Anche quella volta mi ritrovai con un coltello alla gola e la canna di una pistola premuta sulla fronte. Mia moglie fu selvaggiamente picchiata. Minacciavano di violentare Claudia, che aveva appena 3 anni. Da allora giurai a me stesso che non mi sarei più fatto cogliere alla sprovvista: meglio morto che sottomesso».
Nel 2011 c'è andato vicino.
«Ho trovato la forza di reagire, nonostante nella colluttazione per estrarmi il coltello dalla gola mi sia ritrovato anche col pollice destro tranciato a metà, l'indice sinistro scoperchiato, i tendini recisi. Quel maledetto 25 luglio mia figlia era rientrata in Venezuela da appena un giorno. Aveva finito l'anno accademico alla Cattolica di Milano, dove poi si sarebbe laureata in economia. Decisi di portarla in gita alla Tortuga. Lì siamo di casa da 25 anni. Mia moglie era rimasta in Italia a curarsi dopo un infarto. Dai nostri aggressori avevo comprato cinque aragoste appena pescate. Li conoscevo di vista. Avrei dovuto intuire da un loro commento su quanto si fosse fatta carina mia figlia qual era il loro piano: salire a bordo di notte, ammazzarmi, stuprarla e infine tagliare il collo anche a lei. Invece la mia supplica a Dio trovò ascolto, perché Claudia nell'oscurità riuscì a mettersi in salvo sgusciando fuori dalla cabina e rimanendo aggrappata al corrimano esterno della barca fino a quando i banditi non si furono dileguati in mare».
Da chi fu salvato?
«Devo la vita a Richard, un inglese di cui non ho mai saputo neppure il cognome, uno skipper somigliante a Rambo. Con la sua compagna, era diretto in Oceania su un veliero. Ha soccorso Claudia che, coperta di sangue e disperata, era andata in gommone a chiedere aiuto ai proprietari di vari yacht ormeggiati in zona. Tutti l'avevano scacciata. Uno, infastidito, la rimproverò persino d'avergli svegliato i bambini con le sue urla. Solo Richard ebbe il coraggio di salire a bordo e di lanciare l'allarme. Poi arrivarono anche due italiani, Guido Cavalli e Marco Calosso. Tutt'e tre, vedendo com'ero conciato, diedero di stomaco. Io, con la carotide mozzata, mi sentivo in procinto di morire».
Però pregava che ciò non accadesse sotto gli occhi di sua figlia.
«Ero entrato in una calma serafica. Avevo fatto tutto il mio dovere di padre: a Claudia non era stato torto neppure un capello. Non è vero, come dicono, che in quegli attimi ti passi l'intera vita davanti agli occhi. A me l'unica cosa che rimbombava nella testa era La guerra di Piero di Fabrizio De André: “Ninetta bella, dritto all'inferno, avrei preferito andarci d'inverno”. Pensavo: ma guarda te se devo morire alla Tortuga sgozzato come un maiale da una testa di cazzo!».
Che fine ha fatto il killer mancato?
«È in galera in attesa di giudizio. Fu beccato a novembre. Confessò subito. Per scoprirne l'identità dovetti assoldare un avvocato d'origine irlandese, Desmond Dillon, che è il miglior penalista di Caracas, e pagarmi i detective privati».
I poliziotti non fecero nulla?
«Non ero morto. Sono straniero. Non si stanziano milioni di dollari per uno che non si chiama nemmeno Missoni. Né si mobilita l'unità di crisi della Farnesina. Quanto all'ambasciata italiana a Caracas, non ha mosso un dito. Era solo capace di chiedermi i vini gratis per i ricevimenti. Ho smesso di mandarglieli».
Da allora com'è la sua vita?
«Il sonno s'è fatto più leggero. Mi rivedo in barca, sottomesso e impotente, ridotto a una cosa in mano ad altri».
Che precauzioni ha preso?
«Vado al lavoro con l'auto blindata. La casa ha una recinzione con la corrente elettrica. Dormiamo in una cassaforte, con la pistola sotto il cuscino».
Tutto inutile. Se uno vuole entrarti in casa, ci entra.
«A Milano mi sento in vacanza: respiro, posso girare a piedi. A Caracas ogni tassista è un potenziale rapitore. Li chiamano sequestri express, durano dalle 6 alle 12 ore, i familiari devono improvvisare una colletta fra gli amici per mettere insieme 10.000 o 15.000 dollari necessari a riscattare l'ostaggio. Alcuni miei dirigenti ne sono rimasti vittime».
Perché non torna a vivere in Italia?
«Non posso. Lei si metterà a ridere, ma ho un dovere sociale verso le 200 famiglie che dipendono da me. Quattordici anni di chavismo hanno smantellato l'apparato produttivo a favore di un'economia controllata dallo Stato marxista. Il Venezuela era autosufficiente per la carne ed esportava le eccedenze agricole: oggi importa il 60 per cento di tutto, con tangenti del 40 per cento su ogni prodotto. L'unico commercio redditizio è quello dei dollari, che al cambio in nero con i bolívares valgono cinque volte più della quotazione ufficiale».
Perché gli Stati Uniti, che liquidarono Salvador Allende in Cile, hanno tollerato invece un amico di Mahmoud Ahmadinejad in Venezuela?
«Chávez era più bravo di Benito Mussolini. Un incantatore di serpenti. Se fosse andato a intervistarlo, il dittatore si sarebbe prima fatto preparare una scheda su di lei e l'avrebbe ammaliata parlandole della storia della famiglia Lorenzetto. Con la sua democratura, incrocio fra democrazia e dittatura, per i petrolieri era il partner ideale. Blaterava contro gli americani, ma non ha mai smesso di vendergli il milione quotidiano di barili che loro si aspettavano. Il Venezuela il petrolio lo regala: a Cuba, al Nicaragua, alla Bolivia. Chávez firmò un contratto con la Cina che impegna il governo di Caracas a cedere a Pechino fino al 2025 un milione di tonnellate giornaliere a metà del prezzo di mercato. Siamo alla follia: le due più grandi raffinerie sono scoppiate per mancanza di manutenzione e oggi dobbiamo importare la benzina dal Brasile e dagli Usa».
Chi è l'italo-venezuelano più ricco?
«L'hanno rapito e ammazzato nel 2006. Si chiamava Filippo Sindoni, imprenditore di origine siciliana che comprò da noi i macchinari per il suo pastificio».
Quale insegnamento ha tratto dalla tragedia che le è capitata?
«I buoni non vincono mai. Al massimo pareggiano».
(660. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it