Mesina torna a fare paura: arrestato

L'ex capo dell'Anonima in manette per spaccio di droga. E progettava anche di rapire un imprenditore

Il cartello con la taglia dell'allora ricercato Graziano Mesina

L'ultimo ritratto giudiziario dello «zio», come il celeberrimo Graziano Mesina viene rispettosamente chiamato dai presunti complici più giovani, è quello di un uomo «dall'indole violenta», a dispetto dei 71 anni, «eccezionalmente pericoloso» e con una grande leadership criminale. Per la Dda di Cagliari, il bandito gentiluomo che ha fatto la storia dell'Anonima sarda facendosi trent'anni di galera inframezzati da decine di evasioni (ottenne la grazia dal presidente Ciampi) avrebbe allacciato e mantenuto i rapporti con i trafficanti calabresi trapiantati a Milano per importare e spacciare in Sardegna decine di chili di eroina e cocaina, finanziando lo stesso acquisto degli stupefacenti e regolando direttamente i rapporti commerciali coi corrieri. Accuse pesanti quelle riportate nelle carte della procura sarda. Accuse che lasciano perplessi gli addetti ai lavori perché Mesina, la droga l'ha sempre lasciata fuori dai suoi giri criminali. «Oh, tre viaggi: manco uno ne ha pagato... lo sai chi li ha pagati? Io. Ma pagati dalla tasca», dice Grazianeddu intercettato in ambientale mentre si lamenta del tiro mancino che il suo socio Gigino Milia gli ha giocato. Non si presenta agli appuntamenti e non anticipa i soldi per le spese vive, il vecchio amico con cui è stato condannato per un sequestro di persona anni addietro. Con lui, a un certo punto, Mesina decide di rompere. La droga che gli procura fa schifo - scrivono i carabinieri - è di pessima qualità. «Tutta roba che non valeva, era da buttare», ringhia Mesina. Che, a un certo punto, osservano gli inquirenti, medita il grande salto. Come? Mettendosi direttamente in contatto coi grandi narcos sudamericani. Ha già il passaporto in tasca, s'è pure informato sul costo della sostanza («dice che lì la vendono a 5mila euro al chilo», sussurra un complice). E per i viaggi in Sudamerica, ha pensato pure a un alibi di ferro. I viaggi transoceanici, annota il gip, «che non sarebbero certo passati inosservati, egli contava di giustificarli con visite ad un amico, il fotografo Antonello Zappadu (quello degli scatti nella villa di Berlusconi a Villa Certosa, ndr) che si era trasferito in Colombia». Ma il progetto naufragherà. L'inchiesta (30 indagati, 25 in carcere e il resto ai domiciliari) si regge quasi esclusivamente sulle intercettazioni. La voce di Mesina esce di continuo dalle attività di monitoraggio delle utenze telefoniche e dalle cimici piazzate nella sua Porsche Cayenne. Ore e ore di conversazioni in dialetto in cui spuntano parole considerate sospette, che gli inquirenti associano al traffico di stupefacenti: «foraggio», «cagnolino», «fieno». Lo stesso ex ergastolano viene ascoltato mentre si lamenta che «la vitella non è tanto grassa e in più ne mancano quattro». Con la droga addosso, però, Gratzianeddu non è mai stato trovato. Così come i fucili mitragliatori che spuntano qua e là nelle intercettazioni, che sarebbero nella disponibilità di Mesina. La sua organizzazione, si legge nell'ordinanza d'arrestoi, si sarebbe estesa presto ad altre attività criminali se ne avesse avuto il tempo. Pare progettasse addirittura un sequestro di persona nei confronti di un uomo che «Mesina programmava di tenere in cattività per un anno prima di iniziare le trattative proponendosi come emissario». E, per chi non onorava i debiti, la vendetta dello «zio» sarebbe arrivata inesorabile come quando avrebbe costretto il figlio piccolo di un uomo che gli doveva dei soldi «a telefonare a suo padre per dirgli che aveva rotto i coglioni ed era ora di pagare». La cosa curiosa è che il notoriamente accorto Mesina, al telefono, straparlava senza alcuna cautela. Forse perché «se avesse trovato qualcuno che metteva delle microspie nella sua vettura l'avrebbe immediatamente ucciso». Eppoi, rimarcano il gip, non avrebbe esitato ad aprire il «fuoco sui carabinieri» se si fosse trovato al posto di alcuni rapinatori di Orgosolo, messi in fuga prima del colpo. Altro che «barbaricino taciturno», Grazianeddu si «è mostrato piuttosto loquace» rivelando ai propri interlocutori «dettagli che essi non conoscevano». E che pure i carabinieri ignoravano.