Ma ogni quattro giorni un imprenditore si toglie la vita

RomaPer vergogna, per disperazione, per l’incapacità di superare la distruzione economica della propria creatura, l’azienda. Ogni quattro giorni in Italia un imprenditore si toglie la vita. Ventitre dall’inizio dell’anno, nove, il 40%, solo in Veneto, un tempo l’isola felice dell’industria, la terra del benessere e del lavoro premiato.
Lo stillicidio dei suicidi è consegnato alle cronache quasi quotidiane, ma ora è la Cgia di Mestre, l’associazione degli artigiani e delle piccole imprese, a confermare il bilancio drammatico. Ventitre in tre mesi e mezzo, l’ultimo un manager di 42 anni, che venerdì ha scelto un treno in corsa per farla finita, lanciandosi sui binari a Sesto Fiorentino di fronte a un macchinista incolpevole.
Domani a Vigonza (Padova) nascerà l’associazione familiari imprenditori suicidi. Ma la disperazione cieca di chi vede il proprio impegno in briciole non è una malattia soltanto del Nord. Puglia, Sicilia e Toscana, calcola la Cgia, hanno pagato con tre suicidi a testa questi mesi di difficoltà economiche. Il Lazio con due.
Il dramma degli imprenditori italiani è ora un triste fenomeno che fa scalpore a livello mondiale, se ne parla anche oltreconfine, con un’analisi, per esempio, sulla prima pagina dell’International Herald Tribune. In un lungo articolo dal titolo «Nella crisi della zona euro, lo stress diventa mortale», il giornale americano distribuito in tutto il mondo si concentra in particolare sul caso Italia, accennando anche ad alcune delle storie dei protagonisti di queste terribili scelte legate alla crisi dell’azienda.
«Il meccanismo si sta spezzando - sottolinea il presidente della Cgia, Giuseppe Bortolussi -, questi suicidi sono un vero grido di allarme lanciato da chi non ce la fa più. Le tasse, la burocrazia, la stretta creditizia e i ritardi nei pagamenti hanno creato un clima ostile che penalizza chi fa impresa. Per molti, il suicidio è visto come un gesto di ribellione contro un sistema sordo e insensibile che non riesce a cogliere la gravità della situazione».
Ma altrettanto incisivi sono i dati, forniti sempre dall’associazione artigiani, sulla vita delle aziende. Una impresa su due (precisamente il 49,6%) chiude i battenti entro i primi 5 anni dalla nascita. Ogni nuova azienda che viene aperta è quindi un rischio da roulette russa: sopravvivenza o fine dell’attività sono due destini con il medesimo indice di probabilità. «Tasse, burocrazia, ma soprattutto la mancanza di liquidità - spiega ancora Giuseppe Bortolussi - sono i principali ostacoli che costringono molti neo imprenditori a gettare la spugna anzitempo». Un «segnale preoccupante anche alla luce delle tragedie che si stanno consumando in questi ultimi mesi».
La percentuale delle aziende che chiudono entro i cinque anni di attività è salita del 5% negli ultimi anni. Nel 2004 le imprese che non superavano i 5 anni di apertura erano il 45,4%. Ora appunto questa percentuale sfiora quota 50 con punte nel Lazio, 54,6%, Sicilia 51,9%, e Calabria 50,4%.
Alle cifre della Cgia si uniscono i dati della Coldiretti: in Italia sono state chiuse oltre 50mila aziende agricole nel 2011. Uno di questi casi è quello dell’imprenditore agricolo trevigiano che giovedì si è tolto la vita per la difficile situazione economica della sua impresa.
Secondo l’Istat nel 2010 i suicidi in Italia sono stati 3.048, in aumento rispetto ai 2.986 del 2009. Centottantasette sono stati quelli originati da motivi economici.