Stellare Zegna, natura e tecnologia per un nuovo stile

La seconda sfilata di Stefano Pilati per Ermenegildo Zegna è come la prima di un film tipo 2001 Odissea nello spazio girato con le tecnologie contemporanee ma sempre dal genio visionario di Stanley Kubrick: uno spettacolo straordinario. Sotto gli occhi incantati del pubblico si verifica una specie di reazione a catena tra il video della scenografia, le note (musicali e non) della colonna sonora e i capi presentati in passerella. Lo stilista si è infatti rivolto a Fiorella Terenzi, docente di astrofisica dell'Università della Florida che insieme con il professor Neil deGrasse Tyson (direttore dell'Hayden Planetarium, del Rose Center for Earth and Space oltre che associato al dipartimento di astrofisica dell'American Museum of Natural History di New York) ha formulato una serie di traiettorie tanto visibili quanto udibili per congiungere l'universo primordiale con il CityLife Palace di Milano dove si è svolta la sfilata. «Volevo dare maestosità all'evento e allo stesso tempo relativizzarlo» ha detto Pilati facendoci subito pensare alle parole di Eliot nel Canto d'Amore di Alfred Prufrock: «Comprimere l'universo in una palla». Le immagini e i suoni erano talmente belli che all'inizio si faceva un po' fatica a concentrarsi sui capi. Ma a ogni passo dei modelli negli stupendi stivali in coccodrillo oppure con lavorazioni ad alta frequenza ti toccava constatare un felice gioco di contrasti tra natura e città, sportivo e formale, classico ai confini dell'eternità e nuovo per non dire futuribile. «La verità è che tutto è relativo» conclude Pilati mentre i ragazzi escono dai loro impeccabili tre pezzi (pantaloni, panciotto e gilet) a volte indossati con grossi pullover o con maxi piumini imbottiti di cashmere al posto del paltò, più spesso abbinati con veri e propri capolavori sartoriali come il cappotto in vicuña tagliato a poncho e quelli con il rever trasformato in lunga sciarpa aprendo semplicemente i più preziosi tessuti double che si possano immaginare. «Di solito per l'uomo uso 5 tessuti al massimo, mentre stavolta ne ho usati 37» spiega Ennio Capasa poco prima di far sfilare una bella collezione Costume National ispirata dal periodo berlinese di David Bowie, quando compose pietre miliari della musica come Low, Heroes e Lodger. Ci piace tutto, perfino quella difficile misura della giacca lunga quasi come un cappotto corto che fa subito pensare agli abiti degli ebrei ortodossi per le cerimonie dello Shabbat. La sfilata di Jil Sander ci fa pensare che per un marchio così non basta uno zelante ufficio stile: ci vuole uno stilista con i baffi o con i fiocchi, comunque qualcuno che si possa e voglia assumere una responsabilità estetica. In questo i francesi sono molto più bravi di noi. Pensiamo a Berluti, lussuoso marchio di calzature parigine per cui il Gruppo Lvmh ha chiamato un direttore creativo come il talentuoso Alessandro Sartori. In poche stagioni ha traghettato il brand nell'Olimpo della moda e ieri ha aperto una nuova boutique in via Sant'Andrea dove un paio di stivali (per altro divini) può costare 1900 euro ma visto che il colore della pelle è dato a mano, lo puoi cambiare fino a 5 volte per 80 euro a volta mentre per soli 30 euro viene eseguito il «glassage», ovvero un trattamento di bellezza per scarpe maschili.

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