La strage di Prato e l'illegalità tollerata per convenienza

Chiudiamo gli occhi sull'illegalità, senza renderci conto che così finiscono fuori mercato tante aziende italiane a cui quelle violazioni non sono concesse

Oggi sarà il giorno del lutto e delle polemiche ipocrite per i morti di Prato. Ma dureranno meno di quel che c'è voluto a spegnere l'incendio della fabbrica e a ricomporre pietosamente i corpi di quei poveri cristi che spalavano carbone nella caldaia vorace del nostro consumismo. Non è una previsione: è una certezza. Perché è già successo. Dopo un blitz della Guardia di finanza in una sartoria industriale in nero ricavata da un oscuro scantinato o dopo i morti nei regolamenti di conti della malavita asiatica che traffica invisibile anche nelle nostre città. Brevi in cronaca, notizie che ci scivolano addosso. Perché sono cinesi. Non è una questione di razzismo, il colore della pelle o le differenze culturali c'entrano poco. Il punto è che questa possente macchina produttiva che pulsa a Pechino, ma è ramificata in tutto il mondo, Italia inclusa, ha nel suo Dna due geni che la rendono invisibile ai nostri occhi. Il primo è la capacità della comunità cinese di organizzarsi in un mondo autarchico e silenzioso. Ha proprie regole e dinamiche, servizi interni «specializzati» (oculisti, dentisti) e perfino una criminalità autonoma che è così saggia da non immischiarsi degli affari illegali altrui. Perfino gli omicidi di cinesi sono per lo più commessi da cinesi. Ma non solo. L'altro gene della loro invisibilità è la capacità di offrire merci e servizi a basso costo, sfruttando un'innata capacità di adattamento, di più, di mimesi, che fa parte della cultura cinese. È ormai caso di scuola la causa vinta dalla Ferrero in Cina: per la prima volta un giudice diede ragione a un'azienda italiana il cui prodotto era stato letteralmente «clonato» da un rivale cinese. I Ferrero Rocher a Pechino erano diventati «Tresor Dorè», identici in tutto e per tutto, venivano perfino offerti dagli ambasciatori cinesi agli ospiti stranieri come simbolo di prelibatezza locale. Il giudice di primo grado aveva dato torto a Ferrero, lodando l'azienda cinese per la capacità di copiare così bene. Per loro è un vanto. Clonano i prodotti, lavorano sodo, sono abili commercianti e si mimetizzano. Il rapporto Istat in settimana ha mostrato che il nome di battesimo più comune per i cinesi nati in Italia è Matteo. Dietro a questo sipario scivolano come formiche operose e producono per noi, violando ogni regola. Hanno abrogato di fatto la legge Merlin aprendo centri estetici con ingresso su strada che tutti sanno essere luoghi di prostituzione. Spesso impiegano lavoratori in nero. Non è difficile trovare parrucchieri cinesi aperti nel giorno di chiusura obbligatoria. Molti negozi non fanno scontrini. Tante merci non rispettano i canoni minimi di sicurezza e atossicità. A Milano ci sono perfino ristoranti frequentati quasi solo da cinesi in cui si fuma tranquillamente. Spesso, quasi sempre, su queste violazioni chiudiamo gli occhi. Perché è comodo tagliarsi i capelli fuori orario o comprare il caricabatterie del cellulare o un maglione a un decimo del prezzo. Conviene, e per questo chiudiamo gli occhi sull'illegalità, chiudiamo gli occhi su morti e sfruttati, senza renderci conto che così finiscono fuori mercato tante aziende italiane a cui quelle violazioni non sono concesse. E allora bisognerebbe almeno evitare l'ipocrisia: o meno regole per tutti o farle rispettare a tutti. Perché di fronte a quei corpi carbonizzati possiamo pensare che non ci riguardi e girarci dall'altra parte, ma a forza di chiudere gli occhi si va contro un muro.

Twitter: giuseppemarino_