«Io, cugina del Papa, sono Testimone di Geova»

Steffie Brzakovic ha lasciato la religione cattolica da trent’anni «ma Joseph non me lo ha mai rimproverato. Andarlo a trovare? Io non posso guidare. Ma se viene lui... »

nostro inviato a Sydney

«Il Papa, nell’unica telefonata che mi ha fatto, poche settimane dopo la sua elezione, ha detto: per te sarò sempre Ratzinger-Pepi... ». Steffie Brzakovic è una sorridente signora ottantunenne di origini tedesche, che ha lasciato la Germania più di mezzo secolo fa e si è trapiantata in Australia, dove vive. Steffie è cugina di secondo grado di Benedetto XVI, suo compagno di giochi nell’infanzia, e da oltre trent’anni ha lasciato la religione cattolica, quella fede della quale il suo illustre cugino è stato prima rigoroso custode nell’ex Sant’Uffizio, per divenirme poi il leader mondiale. La signora Brzakovic, fin dall’inizio degli anni Settanta, ha infatti abbracciato il credo dei Testimoni di Geova, diventandone un’assidua seguace. Abita al numero 5 di Crisp Street, a Cooma, cittadina poco distante da Canberra, sviluppatasi a metà dell’Ottocento grazie ai vicini giacimenti aurei, che oggi conta circa ottomila abitanti. Non è facile convincerla a parlare del cugino famoso, che proprio in questi giorni si trova così vicino a casa sua e non, come al solito, dall’altra parte del globo. L’unica intervista, Steffie la rilasciò nell’agosto 2005, poco dopo l’elezione di Ratzinger, al quotidiano locale Canberra Times, ma sembra quasi essersene pentita.
«Sì - conferma un po’ titubante e sorpresa di essere stata contattata dal Giornale - sono la cugina del Papa... ». Le chiediamo se in questi giorni è previsto un incontro a tu per tu con Benedetto XVI. «Fino a questo momento no, nessuno mi ha chiamato, nessuno mi ha invitato. Sarei dovuta venire io a Sydney, per incontrarlo, ma non mi posso muovere da Cooma, non sono in grado di guidare, sono vecchia».
La signora Brzakovic spiega i suoi legami di parentela con il pontefice: «Mia madre Katherine era cugina della madre di Joseph, Maria Peintner. La mia famiglia abitava a Willhelm in Oberbayern, a una cinquantina di chilometri dal paese dove vivevano i Ratzinger. Ci frequentavamo... ». Posso chiederle com’era Benedetto XVI da bambino? «Si trovava sempre dove non doveva stare... Se ci ripenso oggi è un miracolo che siamo ancora vivi», aggiunge, alludendo alla vivacità del piccolo Joseph, il quale un giorno, ad Aschau sull’Inn, il paese dove i Ratzinger si erano trasferiti nel 1932 dopo aver lasciato Tittmoning, un giorno cadde nello stagno dove nuotavano delle grosse carpe. Un episodio che lo stesso pontefice ricorda nella sua autobiografia, pubblicata nel 1997: «Una volta, mentre giocavo fui lì lì per annegare».
Steffie ha lasciato la Germania nel lontano 1956, quando don Joseph era ancora un giovane sacerdote professore. E si è trasferita in Australia. Per cinquant’anni i loro rapporti si sono interrotti, lui sapeva di avere una cugina agli antipodi, lei di avere un cugino ed ex compagno di giochi diventato prete e poi arcivescovo e cardinale. Poi, nell’aprile 2005, quando entrambi hanno 78 anni, la vita di Ratzinger subisce una svolta brusca e l’anziano porporato bavarese viene eletto successore di Giovanni Paolo II. Passano alcuni giorni, e il telefono di casa Brzakovic a Cooma squilla per una chiamata internazionale, che giunge dalla Città del Vaticano. All’altro capo del telefono c’è lui, Benedetto XVI. «Sul primo momento credevo che fosse uno scherzo. Mi ha detto di essere “Ratzinger-Pepi”, usando il nomignolo con cui lo chiamavano da bambino». Finalmente Steffie capisce che non si tratta di uno scherzo e che sta parlando al telefono proprio con lui. «Io gli ho detto: “Sei il Papa?”. E lui ha replicato: “Sì, ma per te io sono ancora Ratzinger-Pepi”».
Non è facile ottenere qualche particolare in più su quella telefonata. «Ciò che di cui abbiamo parlato - è una questione privata, riguarda me e lui, riguarda due cugini che non si sentivano da cinquant’anni... ». Eppure, con Benedetto XVI, la signora Brzakovic ha parlato anche della fede abbracciata qualche decennio prima, quella dei Testimoni di Geova. Una scelta che ha causato non pochi problemi e frustrazioni alla donna, che ha dovuto far fronte a molte opposizioni della sua famiglia. Il Papa, però non l’ha rimproverata, come la donna aveva rivelato già al Canberra Times tre anni fa: «Mi ha detto: “Voi state facendo il lavoro che dovremmo fare noi”», riferendosi all’attività missionaria dei Testimoni di Geova, che vanno di casa in casa a incontrare la gente. «Mi ha detto anche: “Voi avete le sale che non sono tanto grandi, ma sono piene, noi abbiamo cattedrali, chiese e cappelle, ma spesso sono vuote”».
La conversazione finisce, ma nello sguardo e nella voce della cugina del Papa si coglie un’aspettativa. Non ha ancora perso la speranza che da Sydney, Papa Benedetto, le faccia una telefonata e magari la mandi a prendere per incontrarla.