«Io, killer innocente di Marta Russo ora metto in scena la cattiva giustizia»

Salvatore Ferraro, condannato a 4 anni per favoreggiamento: «Mi ha salvato il teatro»

Mimmo Di Marzio

Dai riflettori del processo Marta Russo a quelli dei palcoscenici dei teatri romani. Salvatore Ferraro, l’ex assistente di filosofia del diritto condannato assieme al collega Salvatore Scattone per la morte della studentessa romana, non ama stare dietro le quinte. All’indomani della sentenza della Cassazione che nel dicembre 2003 gli comminò quattro anni per favoreggiamento affidandolo alle misure alternative (aveva già scontato due anni di carcerazione preventiva), Ferraro scoprì che il diritto si poteva insegnare anche lontano da codici e manuali, ma scrivendo testi teatrali e musica. Il diritto, nella fattispecie, è quello della popolazione carceraria a cui ha deciso di dar voce coinvolgendo i detenuti in un progetto di rappresentazioni a metà tra la commedia, il musical e la cronaca.
La prima pièce fu «Radiobugliolo» (il bugliolo è la turca delle vecchie galere utilizzata dai detenuti per comunicare con le celle vicine) presentata lo scorso anno 25 volte nei teatri della capitale per la regia di Michele La Ginestra. Quasi uno spettacolo radiofonico con flash di vita carceraria e storie personali intervallate da brani musicali interpretati dalla rock band di Rebibbia Presi per caso, di cui fa parte lo stesso Ferraro (chitarra e tastiere). Ora l’ex assistente della Sapienza sta lavorando a un nuovo testo che verrà rappresentato a novembre per la regia di Michele La Ginestra e Andrea Martella. Anche in questo caso il tema è quello della condizione carceraria e il titolo non lascia spazio a equivoci: «Delinquenti».
Ferraro, chi sono i Delinquenti?
«Nel mio spettacolo sono un gruppo di detenuti che stanno finalmente per lasciare il carcere e tornare nella società civile. Gli attori, reali carcerati, raccontano quel marasma di emozioni, paure e aspettative che attraversano l’animo di chi è rimasto per anni congelato dalla realtà».
È successo anche a lei?
«Ovviamente. Per me l’esperienza carceraria è stata un momento di amarezza e afflizione ma al contempo di grande valore umano e culturale. Una sorta di rivoluzione copernicana che mi ha fatto conoscere il lato oscuro del diritto, per molti versi quello più deleterio. Oggi più che mai sono convinto che una vera riforma della giustizia non può che partire da una riforma delle carceri, un lato purtroppo rimosso nell’attività politica».
La sua esperienza di ex giurista-detenuto le ha fatto rivedere le convinzioni sulla certezza della pena?
«Direi di sì. Oggi credo che la certezza della pena debba anzitutto partire da un processo equo con tutte le garanzie anche per chi siede sul banco degli imputati. Per quanto riguarda l’esecuzione della pena, chi sta fuori deve capire che non si tratta soltanto di un problema quantitativo ma qualitativo. Oggi le carceri sono sovraffollate e per l’80 per cento abitate da microcriminali recidivi che, entrando e uscendo periodicamente, scontano di fatto dei piccoli ergastoli. Il problema è che soprattutto per queste persone manca un percorso riabilitativo che poggi le basi su punti di riferimento esterni al carcere».
Lei si è sempre proclamato innocente per un delitto di cui non si mai trovata nè l’arma nè il movente. Crede ancora nella giustizia?
«Ovviamente, anche se in Italia basta talora un nonnulla per far saltare l’ingranaggio della macchina processuale. Tuttavia esistono ottimi operatori e di errori giudiziari è costellata la storia».
Ha mantenuto l’amicizia con Giovanni Scattone?
«Giovanni è attualmente in prova ai servizi sociali, non possiamo né vederci né sentirci».
Dei genitori di Marta Russo ha più avuto notizie?
«No».
In questi anni si è fatto un’idea di cosa sia successo quella mattina del 9 maggio 1997 nel vialetto della Sapienza?
«Ci ho pensato mille volte e ho valutato tante possibilità come d’altronde fu nell’orientamento delle primissime indagini. Per quanto riguarda me e Scattone, auspico ancora la revisione del processo».
Torniamo alla sua nuova attività di autore e compositore. I testi degli attori detenuti sono sempre carichi di ironia. Una maniera per sdrammatizzare?
«L’obiettivo principe di queste rappresentazioni è quello di accendere un contatto vero, una nuova modalità di comunicazione tra il mondo che sta dentro e quello che sta fuori. I testi devono trasmettere all’esterno suoni, umori ed emozioni di un universo isolato e demonizzato. Si tratta spesso di storie drammatiche e l’ironia, la gag, è lo strumento giusto per far accettare meglio la verità. Il mio bilancio è molto positivo perchè il teatro, con la sua comunicazione senza filtri, si è dimostrata un’esperienza liberatoria per i detenuti».
Se tornasse indietro rifarebbe la carriera universitaria?
«Forse no. L’esperienza sul campo, nel bene e nel male, mi ha aperto una conoscenza del diritto che migliaia di libri non mi avrebbero mai dato».