«Io, prof di dialetto...» Mazzarella al San Babila

Matteo Failla

Piero Mazzarella è ormai l’unico erede della tradizione del teatro meneghino, è un attore che può permettersi di chiamare il palco «casa», un artista che con tenacia porta avanti la tradizione dialettale. Maurizio Colombi è un giovane e talentuoso attore e regista (a detta dello stesso Mazzarella, che fu suo insegnante) che, tra l’altro, dirige il Teatro delle Erbe. Grazie alla loro frequentazione è nato il progetto Lezioni di dialetto, che punta a riscoprire la tradizione dialettale milanese e non solo. Questo pomeriggio, al teatro San Babila, si terrà la prima delle Lezioni di dialetto di Piero Mazzarella, che leggerà e spiegherà il secondo atto di El nost Milan di Carlo Bertolazzi, con la regia di Maurizio Colombi.
Cos’è Lezioni di dialetto?
«È un’idea, forse un’utopia, visto che in questo povero paese – spiega Mazzarella – tutto è rimasto a metà: invece di investire sui giovani, ci si affida a coloro che quando hanno finito la bombola dell’ossigeno hanno finito anche la loro vita. Leggo sul palco El nost Milan e mi soffermo a spiegare al pubblico quale fosse la Milano di allora che, seppur immersa nelle sue miserie e povertà, era una Milano felice. Spiego ai giovani che i soldi non sono tutto nella vita e che quello che conta è l’onestà, la famiglia, la terra, i nostri amici, che non si deve pensare che gli uomini siano tutti nemici: l’unico modo per vivere sereni è andare a letto pensando “quest’oggi non ho fatto nulla di cui mi devo vergognare”. Racconto delle storie e illustro i personaggi più significativi dell’opera».
E i giovani come reagiscono alle sue parole?
«Aspettano solo che qualcuno parli loro così, ma nessuno lo fa. I giovani sono ricettivi e capiscono chi dice loro la verità e chi le bugie. Io sono lontano dalla politica, e nella mia vita ho ricevuto tante richieste di candidature da parte di molti partiti: ma quello non è il mio mondo, io parlo ai ragazzi con troppa schiettezza, voglio solo insegnare loro la bellezza di questo paese e delle sue tradizioni».
Che situazione vive il teatro meneghino, di cui lei è massimo rappresentante?
«Non è per niente morto, spesso quando salgo sul palco per un mio spettacolo, accompagnato da una sedia e da una bottiglia d’acqua, sono costretto a proseguire per più di due ore perché il pubblico non vuole che vada via. Io ho ancora un sogno: quello di aprire a Milano un teatro che si chiami Teatro dei dialetti, e questo progetto, Lezioni di dialetto, si muove nella giusta direzione. Vorrei che tutti gli anni passassero in questo teatro le compagnie dialettali d’Italia, un mese per una, per far conoscere al pubblico la nostra ricca tradizione. Lezioni di dialetto ci traghetterà verso la rassegna di Teatro Dialettale del Nord Italia, in programma per la prossima stagione. E forse sarà il primo tassello per realizzare quel sogno di un Teatro dei dialetti».