Io rimpiango le città-Stato

Da giorni, e settimane, assistiamo alla volontà di numerose amministrazioni locali di prendere decisioni solitamente delegate allo Stato. Al nord, in alcuni comuni a maggioranza leghista (ma non solo), si prendono iniziative riguardo alla sicurezza e all'immigrazione. Al centro, solo per fare un altro caso, il veltroniano comune di Roma ha cercato una soluzione al problema delle coppie di fatto, invano, mentre iniziative analoghe hanno avuto successo in Toscana, con altre giunte di centrosinistra. Non si tratta dunque di un problema di schieramenti politici, ma di qualcosa che va oltre e che riguarda i rapporti di potere fra centro e periferie.
Prendiamola alla lontana - spesso serve - per cercare di capire il senso profondo del dibattito fra autonomie locali e potere centrale. Fra sindaci e Stato. Fra regioni e Roma. Fin dalla nascita della politica e della filosofia, e anche prima, gli Stati vennero paragonati all'organismo umano: il cervello-Stato guida le membra-sudditi. Era una sintesi perfetta per Stati monocratici, in cui il monarca guidava le azioni dei cittadini, di qualsiasi rango e attività. Le scoperte moderne sulla fisiologia del corpo umano non rendono più praticabile questo paragone. Sono gli arti che inviano al cervello le sensazioni, di piacere o di dolore, di caldo o di freddo, e il cervello di rimando guida le loro reazioni agli stimoli.
Anche la storia recente dell'organizzazione che chiamiamo Stato, per la verità, ha avuto una reazione simile. A mano a mano che dalle città-Stato o dalle tribù-Stato si passava a organismi più vasti e compressi, il sovrano era costretto a delegare poteri verso il basso e verso la periferia, ricevendone indicazioni sul da farsi. Nell'antichità, ma fino al Settecento, i mezzi di comunicazione erano così primitivi, e gli spostamenti così lenti, che gli «arti» del corpo-Stato godevano di grande autonomia, dovuta a quella lentezza nello scambio delle informazioni e degli ordini.
Fu anche grazie alle comunicazioni più rapide e contemporanee, che gli Stati moderni sono potuti tornare a centralizzare il massimo del potere, come ai tempi dei regni minuscoli. E lo Stato-cervello ne ha assunto sempre di più per avere il maggiore controllo possibile sui cittadini di ogni grado e distanza. Soprattutto nell'epoca delle monarchie e dei totalitarismi, dava gli stimoli al resto del corpo sociale, ricevendone - volendone ricevere - il meno possibile. La democrazia e, in alcuni Paesi, il federalismo, hanno attenuato il fenomeno, senza cancellarlo affatto: lo Stato per sua natura vuole esercitare il massimo di potere sui cittadini, tenendo in considerazione minima i loro input.
A aumentare questa tendenza è intervenuto - per rimanere dalle nostre parti - il superstato dell'Unione europea. Per sua natura l'Ue, dovendo omologare popoli, nazioni e Stati diversi, tende all'accentramento del potere per uniformare i cittadini-sudditi. Così, per esempio, si promulgano norme sulle molestie sessuali e sulle caratteristiche dei cibi che devono essere uguali dalla Grecia alla Lettonia. Gli Stati nazionali perdono, in questo modo, autonomia legislativa e caratteristiche socioculturali formatesi nei secoli. E paradossalmente, mentre rinunciano a parte dei loro poteri, aumentano il loro intervento sulla vita dei singoli popoli: sia per imporre le «direttive europee» sia per mantenere in patria il potere ceduto a Bruxelles e a Strasburgo.
Dunque le autorità locali - comuni, province, regioni - si trovano sottoposte a un doppio potere statale e ipercentralizzato proprio mentre i cittadini godono di una quantità di informazioni, di uno standard economico e culturale mai raggiunti prima. E mentre sono in grado di valutare problemi, e soluzioni, dei rispettivi territori in modo più efficace e preciso di quanto si possa fare dal centro. Da qui, il movimentismo dei poteri periferici, che chiedono sempre più autonomia rispetto a quelli centrali.
Il regime fascista aumentò i poteri dei sindaci, trasformandoli in podestà di nomina statale, non più elettiva. Non era un modo per aumentare le autonomie, ma per limitarle, facendo arrivare più uniformemente gli ordini dall'alto. In un sistema democratico come il nostro, con l'elezione diretta del sindaco, maggiori poteri alle autorità locali significa maggiore democrazia. Certo, la macroeconomia, la politica estera, gli organi di polizia e dell'esercito devono rimanere centralizzati, ma una maggiore autonomia locale è nella logica dello sviluppo dell'organizzazione del corpo-Stato. Un aumentato potere periferico riguardo alla sicurezza, alle tasse, persino al tema delle unioni civili, deve essere concesso nell'interesse dello stesso Stato oltre che dei cittadini: la sperimentazione di soluzioni diverse porterà input e soluzioni nuove - e più rapide - che, trasmesse al cervello, lo metteranno in condizione di individuare soluzioni migliori per l'intera comunità. Per esempio, è recente la decisione del comune di Milano di eliminare le auto blu, dopo l'analoga decisione di comuni molto più piccoli. Sembra la risposta idonea a chi teme, dal centro, che l'aumento delle autonomie aumenterà i costi; e un esempio da seguire sull'effetto di nuovi stimoli dalle mani laboriose a un cervello ormai ottuso dalla propria ipertrofia: che nel cervello non significa mai efficienza e intelligenza maggiore.
Giordano Bruno Guerri
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