«Io, un rocker folgorato sulla via del musical»

Gli italiani, si dice, non amano il musical. Infondo è un genere che da noi non viene perfettamente compreso, che non riesce ad avere il successo che ottiene in altre nazioni. Si dice che forse è colpa della lingua, o che, invece, è responsabilità delle produzioni stesse se non incontrano il clamore desiderato... Insomma, varie voci contro questo genere teatrale e poche, effettivamente, le produzioni nostrane che possono smentirle. L’eccezione conferma la regola: fino al 5 di aprile è tornato sul palco del Teatro degli Arcimboldi il successo di Edoardo Bennato, «Peter Pan». Un musical che, nelle stagioni 2006-7 e 2007-8 ha già superato le 350mila presenze. Una produzione italiana del teatro delle Erbe in collaborazione con il Sistina e Officine Smeraldo, con un cast di 25 artisti di grande calibro sia come attori che come cantanti. Tra grandi successi di Bennato, come «Viva la mamma» o «L’isola che non c’è», tra momenti di «paura» e di commozione, tra risate e frasi da gridare tutti insieme come «io credo alle fate!» per salvare Trilli, la fatina che accompagna Peter Pan, la platea diventa un gruppo di persone che decidono, per quella sera, di abbandonare ogni residuo dello scetticismo tipico degli adulti per sprofondare in una bella fiaba musicale.
In Italia non c’è una grande cultura del musical, non quanto nei paesi anglosassoni almeno. Lei ha già realizzato «Pinocchio» e «Peter Pan». Come si poni rispetto a questo genere?
«Se uno è consapevole dei suoi mezzi ce la può fare, tutto è possibile. In Italia siamo compressi e mortificati nei nostri confini, bisogna cercare di uscire. Se qui non c’è una grande cultura del musical, non significa che non si debba provare, anzi. Loro, comunque, in America e Inghilterra, sono molto più spocchiosi: ho visto i loro Peter Pan, sono molto meno rock».
Come si è svolto il suo lavoro? Come ha composto le musiche?
«Ho voluto fare qualcosa che potesse colpire grandi e piccoli allo stesso modo: “fidati solo del rock“, o “volare si può, ma solo con la regola del rock and roll“, penso e canto in una canzone. Mi sono lasciato guidare da quello: avevo già composto delle musiche sul tema di Peter Pan, come “Sono o non sono il capitan Uncino“, o “L’isola che non c’è“: è un argomento che da tempo m’ispira e che ho unito in questo musical».
Qual è il “segreto“ per scrivere e comporre un musical di importanza internazionale?
«Bisogna scrivere canzoni che esistono anche da sole: cioè perfettamente autonome. Non è un caso che alcune musiche che compongono questo lavoro siano nate prima del Peter Pan in questione. Invece di solito in Italia pensano che il trucco sia il lirismo delle musiche, e nascono delle melodie che non sono mai scindibili dallo spettacolo».
Perchè ha scelto la favola di Peter Pan?
«L’idea di scegliere come canovaccio quello di un favola è venuta con “Pinocchio“. In Peter Pan si contrappone l’universo maschile a quello femminile: si parla spesso della “sindrome di Peter Pan“, e in effetti oggi la paura di Peter Pan di non crescere è quantomai attuale. L’uomo oggi non vuole assumersi delle responsabilità, molto più della donna: le donne accettano i cambiamenti, sono sempre pù autonome. L’uomo, oggi, è in bilico, non vuole crescere».